Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Matteo Salvini come politico ha manifestato un profilo da elettoralista puro, di inseguitore degli umori dell’opinione pubblica. In questo senso la sua scelta di affossare adesso il governo Conte, contraddirebbe tale profilo. Anzitutto Salvini non può essere certo che la crisi di governo sbocchi in elezioni anticipate, poiché i 5 Stelle potrebbero avvitarsi nell’istinto di sopravvivenza, così da arrivare ad allearsi anche con il diavolo Renzi.
Anche se Salvini ottenesse le elezioni anticipate, rischierebbe di arrivarci troppo spostato al centro. Attualmente i sondaggi gli attribuirebbero circa un 40%. Sinora Salvini ha occupato il centro della scena mediatica, avendo però tutti i media contro, intenti a farlo passare per fascista e dittatore in pectore. Salvini ha potuto così costruirsi un alone anti-establishment, che è quello che gli ha consentito di sfondare elettoralmente. La rottura con i 5 Stelle gli sta ora procurando qualche simpatia e consenso nella stampa mainstream ed ogni leccata dei giornalisti potrebbe erodere il suo carisma di presunto avversario del sistema. Persino il casus belli scelto da Salvini per far cadere il governo, cioè l’appoggio alla banda del buco in Val di Susa, fa troppo Forza Italia, quindi non è uno dei pretesti più adatti a fargli mantenere l’immagine di nemico dell’establishment. È vero che nella banda del buco è coinvolta gran parte dell’imprenditoria lombarda che fa riferimento alla Lega, ma si sarebbe potuto comunque puntare su tattiche dilatorie. Del resto la questione del buco in Val di Susa va avanti da quasi trenta anni. Nel 2013 il ministro dello Sviluppo Economico dell’epoca, Corrado Passera, pronunciò il fatidico
“ormai è fatta”; invece si è andati avanti ancora per altri sei anni a forellini di assaggio.
C’è anche l’incognita Mattarella da considerare, con l’allarmismo sulla necessità di “disinnescare l’aumento dell’IVA”, perciò potrebbe arrivare un governo tecnico ad imporre i soliti tagli (ma non i soldi per la banda del buco, quelli non si possono tagliare). A Salvini in passato non si è mai potuto negare un discreto talento di animatore: magari aveva tutti contro, ma tutti esattamente a fare il suo gioco. Stavolta invece Salvini appare spiazzato, smarrendo anche la sua tattica consueta, cioè atteggiarsi a vittima dei “tipi furbi ed arroganti” di turno, come la Carola Rackete, Richard Gere e i magistrati. Stavolta invece il ruolo della vittima lo lascia lucrare a Di Maio, che può permettersi di dargli del traditore e persino di costringerlo ad inseguirlo sull’irrilevante proposta della riduzione del numero dei parlamentari.
È evidente perciò che Salvini è stato spinto e, in un certo senso, sacrificato, dalla cupola della Lega: i Maroni, gli Zaia e i Giorgetti, dato che ci sono altre priorità, tali da prevalere anche sulle prospettive elettorali. Nel 2016 il parlamento europeo infatti ha dato il via definitivo alla
costituzione della Macroregione Alpina, che riguarda la cosiddetta “Padania”, parte della Francia e dell’Austria e, soprattutto, la Regione più ricca d’Europa, la Baviera.
Chi pensa che l’Italia sia un Paese allo sbando, aspetti di saperne di più sulla Germania. Nel maggio del 2018 il parlamento bavarese ha approvato una legge regionale che conferisce non solo poteri straordinari alla polizia, ma anche la possibilità di dotarsi di
armamenti sofisticati. Se si considera che l’esercito nazionale tedesco è piuttosto inconsistente, ciò crea il paradosso di una polizia locale che compete in armamento con le forze armate ufficiali. Il fatto ha suscitato l’ironica curiosità di un organo d’informazione online delle forze di occupazione americane in Germania.
Invece di ridimensionare le destabilizzanti velleità bavaresi, il governo di Berlino non solo ha tollerato il separatismo strisciante della Baviera, ma le ha anche consentito di crearsi un piccolo impero coloniale con la Macroregione Alpina. Il Nord Italia aspira ad integrarsi finalmente in quel paradiso dei ricchi o, almeno, questa è l’illusione. Sulle pagine del giornale della Lega nel 2016 c’era la foto di un Salvini giulivo che festeggiava
l’evento dell’ufficializzazione della Macroregione. Di conseguenza l’anno dopo sono stati indetti in Lombardia e Veneto i referendum per l’autonomia differenziata, cioè proprio quella mina vagante che avrebbe poi affondato il governo Conte, che allora non era neppure ancora nato.
Salvini perciò, nello stesso momento in cui recitava la parte del sovranista nemico dell’euro, arraffandosi i voti dei tanti italiani no-euro, faceva anche il separatista strisciante, cioè coltivava i suoi deliri filo-bavaresi attraverso il macroregionalismo a tutela UE. Del resto tutto il leghismo non è altro che un clone sfacciato dell’autonomismo bavarese, un plagio persino nei dettagli più meschini e grotteschi come le “ronde”. A dimostrazione che i magistrati non fanno indagini ma campano di “imbeccate”, c’è l’assurda inchiesta sui fondi russi a Salvini, mentre non si è mai detto nulla sui più che probabili finanziamenti bavaresi alla Lega. Altrimenti come farebbe la Lega a sopravvivere, visto che deve anche quarantanove milioni allo Stato?
Salvini ha retto il doppio gioco per anni grazie alle omissioni ed alle mistificazioni dei media. Ma oggi la Macroregione sembrerebbe diventata realtà e la simulazione dello scontro frontale con l’UE non può andare avanti, poiché è appunto la UE a garantire tutta l’iniziativa autonomista della Baviera e dei suoi satelliti. Tra l’altro in questo periodo la Lombardia ha la presidenza di turno della Macroregione, un motivo in più per evitare imbarazzi.
Certo, Salvini avrebbe potuto essere più fortunato. Nel 2016 dalla stessa Germania provenivano
larvati annunci di una prossima fine della moneta unica. A lanciarli era addirittura l’ex capo economista della BCE, il tedesco Otmar Issing.
Se l’euro non fosse sopravvissuto sino al 2019, Salvini avrebbe potuto salvare capra e cavoli, conciliare Borghi e Giorgetti, incassare il risultato di aver previsto la fine dell’euro e, al tempo stesso, continuare a trattare con l’UE per la Macroregione tanto cara ai separatisti striscianti della vecchia (e vera) Lega, che non ha più il Nord nel Logo, ma c’è l’ha tatuato sul cuore.
Salvini ha di che recriminare sull’insipienza tedesca che rischia di far scoprire il suo doppio gioco. Ormai l’euro sta mettendo nei guai la stessa Germania, che si tiene una leader bollita come la Merkel e non riesce a prendere serie iniziative, attardandosi in buffonate pure e semplici come la Framania e in buffonate destabilizzanti come la Macroregione Alpina. La Germania continua ad incassare dispetti dagli USA (la multa a Deutsche Bank, lo scandalo Volkswagen, i dazi) e aspetta dal padrone americano istruzioni che non arrivano, perché neppure gli USA hanno un’idea precisa, se non quella di spremere il limone tedesco.
L’acquisto della multinazionale americana Monsanto da parte della tedesca Bayer era stato presentato da alcuni commentatori come un cartello satanico, ma anche i satanassi finiscono sulla graticola. La Bayer ha appena dovuto subire la terza sentenza di condanna, con relativi risarcimenti, per gli inquinamenti provocati dalla Monsanto. Gli stessi inquinamenti che per decenni i giudici americani avevano fatto finta di non vedere, mentre ora vedono, dato che è arrivato il pollo forestiero da spennare. Non che le disgrazie della Bayer ci commuovano più di tanto, ma è incredibile che il governo tedesco e la UE abbiano avallato l’acquisizione della Monsanto senza farsi venire qualche sospetto o prendere prima informazioni. Se ad una multinazionale italiana fosse capitato un bidone del genere, i media italiani avrebbero crocifisso a testa in giù il governo in carica.
Il quotidiano “Il Foglio” fornisce un
resoconto patetico della vicenda Bayer-Monsanto, come se il problema fosse quello dei malvagi ambientalisti che non sanno riconoscere le virtù salvifiche dei pesticidi. È il solito quadretto secondo cui il conflitto sarebbe solo tra le multinazionali da una parte ed i comunisti e ambientalisti dall’altra parte. In realtà oggi la guerra si combatte anche ai vertici.
L’Italietta pacioccona del pareggio di bilancio in questi anni si è buttata in folli spese militari. L’ultima venuta è
la portaerei Trieste, prodotta da Fincantieri e Finmeccanica, che è stata varata a Castellammare di Stabia il 25 maggio scorso, alla presenza del Presidente Mattarella e del ministro dello Sviluppo Economico Di Maio. Il costo dichiarato è circa di un miliardo e cento. La stampa ha dato la notizia concentrandosi sull’aspetto folcloristico della presenza di un ministro 5 Stelle a festeggiare una mega-spesa militare.
L’incoerenza dei 5 Stelle è però solo l’aspetto marginale della questione. La presenza di un ministro dello Sviluppo Economico al varo di una portaerei rappresenta il contrassegno di tutte le ambiguità che hanno disseminato il percorso di questa spesa militare, contrabbandata con il pretesto del “dual use”, cioè della doppia destinazione della nave, sia per difesa che per protezione civile. È la conferma di quanto si sapeva da tempo: le spese militari vengono dissimulate in altri capitoli di spesa.
A quanto pare non sarebbe neppure finita qui. Le notizie di stampa a riguardo sono rade e laconiche ma, in base a quanto riferito dal quotidiano “Il Messaggero”, l’anno scorso sarebbe stato effettuato un altro investimento per
un’altra mega-nave, che Fincantieri e Finmeccanica dovrebbero consegnare nel 2022.
Se le cose stessero davvero così, si tratterebbe della quarta portaerei italiana, dopo il finto incrociatore Garibaldi, la Cavour e la Trieste. In base alle condizioni di pace dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia non potrebbe avere portaerei, ma lo sviluppo tecnologico ha portato ad aerei a decollo verticale che possono essere allocati anche su quella che, ufficialmente, sarebbe solo una portaelicotteri.
In base a quanto circolato sui siti militari nel 2016, la terza portaerei avrebbe dovuto chiamarsi “Giulio Cesare”, un nome davvero inquietante, tanto che poi si sarebbe nuovamente ripiegato sulle suggestioni risorgimentali, chiamandola Trieste. A meno che non esista già, infrattata da qualche parte, anche una Giulio Cesare di cui il parlamento non è stato informato. L’ipotesi è azzardata ma non del tutto peregrina, se si considera l’assoluta mancanza di trasparenza che ha caratterizzato queste spese. Nel 2016 vi fu anche una specie di
sfuriata dei parlamentari un po’ di tutti i partiti, i quali constatavano che, in tema di spese militari, erano stati presi per i fondelli e tenuti all’oscuro. Ovviamente il sussulto di indignazione non ha avuto alcun seguito e tutto è continuato come prima e peggio di prima.
Questa storia delle portaerei italiane rende finalmente più chiaro l’isterismo dimostrato dai governi francesi nei nostri confronti. La Francia ha o, per meglio dire avrebbe, una megaportaerei, la De Gaulle, che però si è rivelata ancora più disastrata di quella che l’ha preceduta, la Clemenceau, venuta agli onori delle cronache non per le sue battaglie, ma perché disseminava amianto per tutto il pianeta. La De Gaulle, a sua volta, è quasi sempre in riparazione o restauro, quindi inutilizzabile. La Francia, come il Regno Unito, ha adottato il modello della megaportaerei a trazione nucleare, un modello che funziona se di portaerei se ne hanno dieci, in modo da disporre sempre di tre o quattro realmente funzionanti.
Tutte le portaerei richiedono continui restauri - e infatti anche la Cavour è attualmente in fase di “aggiornamento” -, ma per le megaportaerei è molto di più il tempo che si passa in cantiere che in mare aperto. Insomma, avere una sola megaportaerei è come non averla. Il governo francese sta attualmente considerando la possibilità di sostituire la De Gaulle, ma ripiegare dal modello della megaportaerei ad
un modello più agile, comporterebbe un crollo di status internazionale. Queste remore di grandeur, oltre che le spinte della sempre potentissima lobby nucleare francese, comportano il rischio di ritrovarsi in ritardo nei confronti dell’Italia.
Non si tratta di semplice invidia dei cugini d’Oltralpe nei confronti dell’Italia, ma di qualcosa di più serio. Nel governo francese vi è probabilmente la convinzione che in Italia vi sia una sorta di politica estera sotterranea, che farebbe capo ai tre potentati di ENI, Finmeccanica e Fincantieri, una politica che avrebbe mire imperiali sul Nord Africa, quindi su quello che la Francia considera il proprio cortile di casa. I timori francesi potrebbero essere confermati dal fatto che all’aumento del naviglio militare italiano, corrisponde anche
un aumento delle truppe da sbarco. Nel 2013 il battaglione San Marco è infatti diventato una brigata composta da tre reggimenti, per un totale di circa quattromila fucilieri di Marina.
Tutto è possibile, ma l’aumento a dismisura delle spese militari non rappresenta di per sé il segnale certo di velleità imperiali. A parte gli ovvi e storici scetticismi sulle virtù militari degli alti gradi della Marina italiana, occorre infatti constatare che il lobbying del complesso militare industriale italiano ha la vita sin troppo facile, visto che, in base ai dogmi liberisti, il settore industriale militare è l’unico in cui lo Stato può tranquillamente intervenire senza incorrere nella violazione delle norme di concorrenza. Questo lobbying industriale militare si è dimostrato assolutamente trasversale ai vari governi di tutte le coalizioni e continuerà ad imperversare anche dopo la caduta del governicchio Conte.
Tra i disastri del liberismo vi è anche quello di spingere verso il militarismo. Il panettone di Stato era considerato uno scandalo intollerabile, mentre dai liberisti è considerato giusto e normale che lo Stato investa nella “Difesa”. L’unico keynesismo ammesso è quello militare.
Le portaerei fanno PIL, sviluppo tecnologico, lavoro stabile e qualificato, quindi sono l’unica ancora di salvezza contro la decadenza irreversibile del settore industriale determinata dalle politiche liberiste. Un dato oggettivo che serve a tacitare anche i politici più in buonafede. L’eventuale buonafede però non implica necessariamente buonsenso; anzi, in questo caso è il contrario. Non si tiene conto del fatto che un’Italia troppo armata, e con le idee confuse, rappresenta un fattore di destabilizzazione nel Mediterraneo. Non soltanto la Francia, ma anche la Turchia e l’Egitto potrebbero sentirsi minacciati nei loro orticelli di influenza. Possedere dei “gioielli” militari poi non sempre è utile per difendersi, ma può trasformare in prede da derubare. Le guerre non si combattono solo in modo aperto, ma soprattutto destabilizzando il nemico dall’interno.