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"La condanna morale della violenza è sempre imposta in modo ambiguo, tale da suggerire che l'immoralità della violenza costituisca una garanzia della sua assoluta necessità pratica."

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 14/08/2008 @ 01:06:46, in Commentario 2008, linkato 1387 volte)
La vicenda della guerra tra Russia e Georgia, viene presentata dai media “occidentali” secondo questa versione: la provincia georgiana dell’Ossezia, a maggioranza russa, a imitazione di quanto avvenuto nel Kosovo, proclama la sua indipendenza, cosa che provoca l’intervento militare del governo georgiano e una conseguente risposta russa a sostegno dei separatisti.
Lo scenario proposto potrebbe apparire plausibile e, per certi aspetti, persino “comprensivo” verso la Russia, ma se andiamo a valutare le notizie, ci si accorge immediatamente che appaiono monche di particolari essenziali; ad esempio: non ci viene chiarito come, quando e in che termini sarebbe avvenuta questa dichiarazione d’indipendenza dell’Ossezia - a cui ora si è aggiunta anche la provincia dell’Abkhazia-, e soprattutto che ruolo ha avuto nella vicenda l’esercitazione militare congiunta compiuta da truppe georgiane e statunitensi alla fine di luglio ai confini della Russia.
L’aspetto più improbabile della rappresentazione mediatica appare il ruolo del presidente Bush, “preoccupato per la destabilizzazione dell’area del Caucaso”, e che ha invitato i contendenti a cessare il fuoco, cosa che non gli sarebbe dovuta risultare difficile da ottenere, dato che il presidente georgiano è notoriamente un dipendente di Washington, che smania di entrare nella NATO e che, per acquisire meriti a riguardo, ha inviato truppe per partecipare all’occupazione dell’Iraq; truppe che ora gli sono state gentilmente rispedite indietro da Bush con un’operazione-lampo, a dimostrazione di quanto sia effettiva la volontà statunitense di far cessare i combattimenti.
Insomma, ci sono vari indizi per ritenere che il tutto costituisca l’ennesima provocazione di Bush contro Putin, che, sebbene non più presidente, è ancora il vero padrone della Russia, o, per meglio dire, il capo della casta affaristica che discende dalla ex-nomenklatura sovietica. Se Putin sia caduto nella provocazione, o se abbia lui stesso deciso di anticipare i tempi del confronto, è ancora presto per dirlo.
Certo che l’ostilità aperta con cui Putin è stato trattato dal sedicente “Occidente” negli ultimi anni, rende piuttosto irrealistico un ruolo di mediazione degli USA e poco probabile uno della UE, quindi bisognerà verificare l’effettiva tenuta del piano di pace proposto da Sarkozy e accettato dal presidente russo Medvedev; né la NATO ha molte carte da giocare nella partita, visto che la Russia non è l’inerme Serbia, ma la prima potenza missilistica del pianeta, dato che da tempo ha scavalcato gli Stati Uniti, impegnati a versare miliardi al loro complesso militare-affaristico per arrivare ad uno “scudo spaziale” che, a detta di tutti i fisici, è una pura bufala.
Quando Bush dichiara che la vicenda dell’Ossezia rischia di compromettere i suoi rapporti con la Russia, fa una minaccia priva di senso, data la campagna di accerchiamento e di ostilità crescente e generalizzata di cui è stato fatto oggetto Putin in “Occidente” (con la sola eccezione di Berlusconi, grato allo stesso Putin del fatto che sia l’unico leader mondiale che non lo tratta come un deficiente, ma anzi con un particolare riguardo).
Le provocazioni statunitensi contro Putin erano del resto già cominciate all’epoca di Clinton, con l’affondamento di un sommergibile atomico russo in esercitazione. In quella occasione Putin mantenne la calma e mise tutto a tacere, evitando accuratamente di rispondere alle domande dei familiari dei membri dell’equipaggio scomparso.
I motivi di questa ostilità statunitense potrebbero esser individuati nel fatto che Putin ha gradualmente estromesso dall’affare del gas e del petrolio russi la multinazionale anglo-americana BP (Beyond Petroleum, già British Petroleum). La definitiva estromissione della BP è avvenuta, guarda caso, poche settimane fa, dopo di che sono sopravvenute l’esercitazione militare congiunta USA-Georgia e l’attacco georgiano all’Ossezia.
Putin non è più comunista - ammesso che lo sia mai stato -, ma per il governo USA è da considerarsi comunista chiunque non favorisca gli interessi affaristici delle multinazionali anglo-americane. Del resto il concetto di comunismo è sempre risultato estremamente dilatabile, sino a comprendervi qualsiasi provvedimento a favore del lavoro; in questo senso tutta la diatriba ideologica dei riformisti contro i rivoluzionari, non tiene conto del fatto che per il padronato anche la più timida garanzia per i lavoratori viene considerata una minaccia rivoluzionaria, e trattata come tale.
A differenza di altri bersagli dell’odio statunitense - come Chavez -, Putin si è guardato bene dal fare una politica a favore del lavoro, ma comunque le sue azioni possono essere fatte rientrare nella categoria del nazionalismo economico, che per le multinazionali rappresenta una minaccia affine al comunismo.
Proprio perché temeva le reazioni statunitensi, Putin, prima di liberarsi della BP, aveva anche cercato inutilmente un compromesso, chiedendo di rinegoziare i contratti con questa multinazionale. I contratti in questione prevedevano l’introito del novanta per cento degli utili alla BP, ed il rimanente dieci per cento alla Russia, previo però il rientro delle spese da parte della stessa BP; spese che però, misteriosamente, non rientravano mai. Come al solito gli USA hanno rigettato ogni ipotesi di compromesso, perché vedono in ogni accordo una minaccia. È uno stile che fa parte della storia statunitense: dopo la seconda guerra mondiale, il presidente Truman rigettò sistematicamente ogni ipotesi di accordo avanzata da Stalin, il quale, con il suo solito opportunismo, arrivò persino a chiedere, inutilmente, di partecipare al Piano Marshall. Truman lanciò nel contempo una campagna di guerra psicologica che fece passare l’atteggiamento sovietico come politica del “niet”, riuscendo così a scaricare per intero la responsabilità della guerra fredda sull’Unione Sovietica.
Qualche commentatore americano ha osservato che la pretesa, di Clinton prima e di Bush poi, di trattare la Russia da colonia, come se fosse l’Honduras, è stata forse un po’ eccessiva; un’osservazione che, a quanto pare, non ha suscitato riflessione nel governo USA, ma solo in Honduras.
D’altra parte, anche se la provocazione di Bush dovesse rivelarsi un fiasco, i rischi di perdita d’immagine per gli USA appaiono abbastanza contenuti, poiché risulta già in atto una campagna propagandistica che scarichi la colpa di tutto sui “pavidi Europei”, che avrebbero consentito l’intervento russo frenando l’adesione alla NATO della Georgia. Pare che i governi europei siano disposti ad accollarsi questa colpa, il che indica che almeno con loro il modello Honduras risulta applicabile.
14 agosto 2008
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Di comidad (del 07/08/2008 @ 07:22:13, in Commentario 2008, linkato 1392 volte)
In queste settimane continuano gli appelli da parte di esponenti dello Stato di Israele e di “neocon” americani per arrivare ad un bombardamento atomico dell’Iran - indicato, senza prove, come un’insopportabile minaccia alla sicurezza di Israele -, un bombardamento che alcuni osservatori prevedono avvenga poco prima della scadenza del mandato del presidente Bush. Data l’improbabilità del ricorso all’arma atomica, si è affacciata anche l’ipotesi che questa propaganda catastrofica tenda a far apparire un eventuale bombardamento convenzionale sull’Iran come un male minore, da accogliere quasi con un sospiro di sollievo, anzi con gli ennesimi commenti sulla bontà degli Americani.
Le continue minacce di attacco all’Iran hanno sortito l’effetto di far aumentare a dismisura il prezzo del petrolio, il che è probabilmente proprio ciò che si proponevano gli organizzatori di questa campagna propagandistica che ha invaso i media; infatti, oltre ad aumentare i profitti delle Corporation petrolifere (che sono per la maggioranza anglo-americane), questo aumento dei prezzi ha reso di nuovo convenienti i giacimenti petroliferi anglo-americani ad alto costo estrattivo, come quelli dell’Alaska e del Mare del Nord.
Analizzando il quadro strategico, molte di queste minacce di bombardamento, se attuate, andrebbero a destabilizzare gran parte dell’assetto su cui si fonda oggi l’interventismo militare statunitense. Al di là della propaganda e delle dichiarazioni di inimicizia ufficiali, è un fatto che la collaborazione iraniana è risultata utile agli Stati Uniti per le guerre in Bosnia ed in Afghanistan, e addirittura determinante per l’attuale occupazione dell’Iraq. Per questo motivo alcuni alti gradi militari statunitensi sono arrivati a pronunciarsi pubblicamente contro l’ipotesi di attacco, sottolineando inoltre che l’effetto dei bombardamenti a tappeto sul piano dei reali risultati militari è sempre molto dubbio, o addirittura controproducente, come sta dimostrando per l’ennesima volta l’esperienza della NATO in Afghanistan.
Se è vero che il quadro strategico renderebbe improbabile che dalla propaganda si passi ai fatti, va anche considerato che il tipo di potere che vige negli Stati Uniti non può essere analizzato in base a considerazioni di tipo strettamente strategico. Il governo USA funziona infatti come agenzia delle Corporation ed assume le sue decisioni in base a questo o quell’interesse affaristico immediato. Tutto ciò viene poi accompagnato da slogan o da analisi giustificative, che quasi mai vanno prese sul serio. Organi governativi statunitensi come lo Stratcom (Comando Strategico degli Stati Uniti) hanno presentato l’irrazionalità del comportamento degli USA, il suo carattere eccessivamente aggressivo e vendicativo, come un’opportuna misura tendente a spaventare i sudditi, che potrebbero cadere nella tentazione di sottrarsi al dominio, se gli stessi USA assumessero un atteggiamento troppo calmo e razionale.
Anche questa contorta spiegazione appare però come una giustificazione a posteriori, cioè il tentativo di razionalizzare in base ad un quadro strategico ciò che invece potrebbe essere dettato da considerazioni affaristiche contingenti. Fare il pazzo o lo scemo, e nel contempo dare del pazzo o dello scemo agli altri, costituisce una collaudata tecnica propagandistica statunitense, e molti “filoamericani” si sono specializzati nell’imitazione dei loro maestri e, forse, a furia di fare i pazzi e gli scemi lo stanno anche diventando; ma qui non si tratta semplicemente di scrivere un articolo razzista su “Libero” o sul “Corriere della Sera”, e neppure di disturbare con commenti demenziali la comunicazione antimilitaristica sui forum o sui blog.
Un attacco militare comporta infatti il passare per una complicata catena di comando, e i generali e i colonnelli non sono come i loro soldati, non sono affatto abituati ad obbedire, ma sanno opporre mille difficoltà di ordine tecnico all’esecuzione di ogni ordine che ritengano sgradito o rischioso. I generali e i colonnelli vanno “convinti” ad obbedire. Il denaro risulta sempre convincente, e non solo perché è in grado di comprare; il denaro crea aspettative e speranze, il denaro è carismatico e riesce persino a far lavorare gratis molte persone, illudendole di entrare un giorno a far parte a tutti gli effetti dell’affare.
Il punto è che il bombardamento non è soltanto una decisione strategica, ma è un business. Per valutare l’entità del bomb-business per il complesso militare-affaristico statunitense (il più macroscopico fenomeno di consumismo della nostra epoca), occorre considerare che, secondo dati ufficiali del Pentagono, nel solo periodo dal gennaio 1965 al marzo 1971 furono scaricati sul Vietnam, sia del Nord che del Sud, 5.795.160 tonnellate di bombe - il computo si riferisce esclusivamente alle bombe, senza contare né proiettili di artiglieria, né mine -, quindi tre volte quelle scaricate nel corso della seconda guerra mondiale su entrambi i teatri di guerra, Europa e Pacifico. Nei due milioni di tonnellate di bombe americane della seconda guerra mondiale, va compreso anche il bombardamento convenzionale della città giapponese di Osaka, avvenuto a guerra finita e accompagnato da volantini che annunciavano alla popolazione… che la guerra era finita!
Costretti a sospendere i bombardamenti sul Vietnam del Nord a causa di un negoziato che avevano dovuto aprire per le pressioni internazionali, gli Stati Uniti avviarono subito il bombardamento della Cambogia. Sul piccolo territorio del Laos fu scaricata inoltre una quantità di bombe stimata sui due milioni di tonnellate.
Da allora tutti i bombardamenti statunitensi si devono valutare in termini di milioni di tonnellate, compreso quello sulla Serbia nel 1999; per coprire la superficie necessaria a scaricare tutte le bombe, fu coinvolta nel bombardamento NATO anche la Vojvodina, regione autonoma, multi-etnica, pacifica ed ostile al presidente serbo Milosevic, almeno sino al bombardamento.
Le minacce all’Iran sono state originate da un movente affaristico, legato agli interessi delle Corporation petrolifere, e, allo stesso modo, un altro movente affaristico, legato al bomb-business, potrebbe determinare la concretizzazione di queste minacce.
7 agosto 2008

LE SCORIE NUCLEARI
Le scorie in Italia sono presenti presso: le ex centrali di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina, Garigliano (Caserta), l'impianto Eurex di Saluggia (Vercelli), l'impianto Fn di Bosco Marengo (Alessandria) e gli impianti della Casaccia (Roma) e di Rotondella (Matera).
In Italia non c'è un sito di stoccaggio definitivo per le scorie prodotte dai quattro impianti (Trino, Caorso, Latina e Garigliano) dismessi una ventina di anni fa. La Sogin (società incaricata dallo stato per la chiusura del ciclo nucleare) ha stretto un accordo con la francese Areva per il trattamento di 235 tonnellate di combustile irraggiato ancora presente in Italia. Ma una volta trattati, questi rifiuti torneranno, entro il 2025, nel nostro paese in undici contenitori speciali. Dove li metteranno? La Sogin infatti parla al momento solo di depositi temporanei.
(da Il Venerdì di Repubblica, 13 giugno 2008)
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


03/04/2025 @ 04:25:56
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