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"Il denaro gode di una sorta di privilegio morale che lo esenta dalla corvée delle legittimazioni e delle giustificazioni, mentre ogni altra motivazione non venale comporta il diritto/dovere di intasare la comunicazione con i propri dubbi e le proprie angosce esistenziali. Ma il denaro possiede anche un enorme potere illusionistico, per il quale a volte si crede di sostenere delle idee e delle istituzioni, mentre in realtà si sta seguendo il denaro che le foraggia."

Comidad (2013)
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 07/08/2023 @ 00:26:38, in Manuale del piccolo colonialista, linkato 5482 volte)
Ci sono, evidentemente, solo buoni motivi per cui gli Stati Uniti, dopo la loro precipitosa partenza da Kabul dell’agosto 2021, hanno trattenuto i fondi della Banca Centrale dell’Afghanistan. Lo stesso fanno alcune banche europee, e con le stesse lodevoli intenzioni. Gli Stati Uniti hanno “congelato” la cifretta di 7 miliardi di dollari, mentre le banche europee solo 3. Cifre irrisorie per i banchieri occidentali, ma importanti per un paese povero come l’Afghanistan. Ma vediamo alcune delle motivazioni più convincenti:
Gli Afgani devono pagare per gli attentati dell’11 settembre 2001.
Certo, qualcuno potrebbe far notare che, anche secondo la narrazione mainstream, gli afgani non c’entrano un bel niente con quegli attentati; che con decenni di guerre e bombardamenti subiti, il paese avrebbe scontato ben altre colpe; che l’afgano medio di oggi nel 2001 non era neppure nato. Ma sono forzature polemiche.
La metà dei soldi afgani serviranno per un fine nobilissimo: risarcire le famiglie delle vittime dell’11 settembre.
Qualcuno potrebbe obiettare, pretestuosamente, che i parenti delle vittime hanno già ricevuto oltre 7 miliardi e altri 10 sono in via di consegna; che alcuni famigliari hanno opposto un rifiuto affermando che gli afgani non c’entrano niente e che sarebbe un furto accettare quel risarcimento. Ma questo è solo un evidente segno di ingratitudine verso il governo che fa tanto per loro.
I più astiosi sottolineano che, a fronte dei 3,5 miliardi degli afgani, previsti per i parenti delle vittime dell’11 settembre, nei rarissimi casi in cui gli USA hanno deciso di risarcire le vittime afgane della loro politica criminale, i risarcimenti sono stato talmente irrisori da far sembrare la tessera “Dedicata a te” della Meloni una vera manna.
Congelare i soldi della banca dell’Afghanistan ha anche il nobile fine di fare pressione sui Talebani perché non comprimano i diritti delle donne afgane e i diritti umani in generale.
Ci sarà magari qualcuno che vorrà argomentare, in malafede, che in un paese che viene fuori da 40 anni di guerre, con una popolazione stremata e ridotta alla fame più nera, dove per molti il pasto si limita a un po’ di pane e una tazza di tè, e dove la pratica sempre più diffusa da parte di molti genitori, è vendere i propri organi per sfamare figli; in un paese così, il diritto di non morire di fame dovrebbe avere un certo peso. Ma sono gli argomenti di chi non ha argomenti.
Si è deciso che l’altra metà dei soldi congelati dovrà servire per aiuti umanitari all’Afghanistan. Un grande gesto di generosità da parte USA, che foraggeranno così le organizzazioni umanitarie occidentali per aiutare gli afgani con i loro stessi soldi. Vero è che finora non hanno sganciato un centesimo, ma la voglia di farlo è forte.

Rimangono comunque alcuni inquietanti interrogativi intorno a questo paese dell’oriente misterioso. I commentatori occidentali sono perplessi. Dopo anni di bombardamenti e stragi di civili e soprattutto bambini (47mila morti fra i civili), di occupazione da parte di truppe straniere, dopo una totale devastazione del territorio (quello coltivabile dedicato al papavero da oppio), dopo l’instabilità dei governi filo-americani che provocava intorno ai 300 morti al mese [oggi gli attentati sono quasi del tutto assenti], non si capisce come mai la popolazione civile non si ribelli contro i Talebani che impongono il burqa alle donne. Eppure avevano assaporato il profumo della libertà fatta di bombe e di oppio.
Non è neppure chiaro il perché dell’abbandono del territorio afgano da parte dei suoi benefattori. Lavorando sulle competenze, introducendo nuove tecniche di coltivazione, favorendo gli scambi commerciali, gli USA erano riusciti a fare dell’Afghanistan il primo produttore mondiale di oppio e stavano fornendo il know how per la produzione diretta di eroina (nel 2017 si erano raggiunte le 9000 tonnellate di oppio). Essendo gli USA il primo consumatore al mondo di droga e di oppiacei in particolare, si capisce quali benefici ne traeva tutto l’indotto.
C’è da dire che anche la beneficenza ha un costo. I costi della guerra in Aghanistan si aggirano oggi sugli 8 mila miliardi di dollari. C’è chi insinua che una spesa come questa abbia rappresentato un colossale affare per le lobby delle armi e per quelle militari. D’altro canto, visto che c’era la possibilità di raggranellare qualche soldino col traffico della droga, perché non farlo? In questo modo, le spese non devono gravare tutte sul povero contribuente americano.
A ben guardare però, oggi la situazione è cambiata. La maggior parte della droga che entra negli USA proviene dal Messico. Questo paese è oggetto da tempo delle amorevoli attenzioni statunitensi prima dedicate all’Afghanistan. Anche qui si sta instaurando quel clima operoso e di libero scambio fra servizi USA, criminalità specializzata, cartelli locali e mafie americane, che provoca migliaia di morti, e quella proficua instabilità in cui possono agire i trafficanti più o meno istituzionali. Il tutto con la supervisione delle lobby militari. In ogni caso, la droga afgana non è rimasta del tutto senza mercato. Grazie a qualche talebano con spirito imprenditoriale e a qualcuno dei “signori della droga” tanto cari agli occidentali, la droga afgana rifornisce oggi soprattutto il mercato europeo, con i benefici che si possono immaginare.
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Di comidad (del 03/08/2023 @ 00:28:52, in Commentario 2023, linkato 8158 volte)
La suscettibilità è una di quelle tecniche di sopraffazione che appartengono al novero del pre-politico e del pre-ideologico, attengono all’antropologia culturale e sono trasversali e riscontrabili in tutti i gruppi umani, anche i più insospettabili. Fare l’offeso ed invocare la “lesa Maestà”, sono facili espedienti per appellarsi al sostegno di seguaci e complici contro i disturbatori, però abusarne comporta degli inconvenienti. Le persone più serie cominceranno infatti a sgamare l’inconsistenza che si nasconde sotto la pretestuosità di certe indignazioni, mentre i soggetti della stessa specie di chi si atteggia a offeso, potranno a loro volta fare appello ai propri accoliti. Matteo Salvini ricorre a questo tipo di psicodrammi con sempre più frequenza e goffaggine; qualche anno fa gli era riuscito persino di miracolare una Giovanna d’Arco da strapazzo trasformandola in un’eroina mondiale. Ora Salvini ha messo su un altro gioco delle parti con un esponente della finta antimafia di establishment, don Luigi Ciotti.
Bisogna però riconoscere ai due contendenti della pantomima ed alle loro claque, di star svolgendo una funzione di distrazione non da poco, visto che l’attenzione si sta spostando, come al solito, sul ruolo delle mafie di rango inferiore, che, nella vicenda del fantomatico Ponte sullo Stretto di Messina, entreranno solo per ciò che riguarda i subappalti. Il primo mangiatore del grande affare è infatti la multinazionale Salini Impregilo, quella che oggi si fa chiamare Webuild, in modo da precostituirsi un’etichetta-alibi che celi la sua vera attività, cioè far soldi senza costruire nulla. C’era chi si preoccupava che, dopo la cessazione dell’incarico di presidente di Leonardo-ex Finmeccanica, l’ex poliziotto e agente segreto Gianni De Gennaro finisse ai giardinetti, invece è stato nominato presidente di Eurolink, il consorzio che rappresenta l’appaltatore del progetto del Ponte, di cui Webuild è il principale componente. L’affare del presunto Ponte quindi nasce con le “coperture” giuste.
Se Matteo Salvini fosse davvero convinto della realizzazione del Ponte, non avrebbe dato peso alle dichiarazioni di don Ciotti, invece nella circostanza gli è tornato utile qualcuno a cui attribuire il ruolo del disfattista. Come già si è visto in passato, il grande giro dei soldi non è legato alla costruzione dell’opera, bensì all’elaborazione del progetto ed alle speculazioni finanziarie e immobiliari che fanno da contorno. Il preventivo dell’opera è salito da dieci a quindici miliardi, ma già si ammette che neanche quelli basteranno; non è neppure prevista una copertura finanziaria, e sarebbe anche inutile, visto che i veri costi non si conoscono ancora. L’Unione Europea non dice di no al finanziamento, ma neanche di sì. Insomma, ci si spaccia il Ponte per un’altra Autostrada del Sole, che intercettava la motorizzazione di massa; mentre invece ci prospetta un doppione del caso TAV, cioè una dispendiosa finzione a vantaggio di imprese private specializzate non nel produrre ma nel prendere soldi pubblici.
Ormai il progetto del Ponte è legge e nessuna critica potrebbe mai fermarlo, se però ci fosse davvero l’intenzione di farlo. Al contrario, il tambureggiamento mediatico farà passare ogni perplessità come un attivo impedimento, come un atto di irresponsabile disfattismo, anzi di sabotaggio. Ma il campo nel quale la criminalizzazione preventiva del dubbio sta assumendo forme parossistiche, è certamente quello del riscaldamento globale da emissione di CO2. La proposta naif del deputato Angelo Bonelli di criminalizzare per legge il “negazionismo climatico”, ha svolto ancora una volta una funzione di distrazione, poiché certe operazioni di irreggimentazione dell’opinione non si fanno per legge, bensì attraverso il “principio del capo”, cioè imponendole attraverso il puro senso della gerarchia. Che dubitare non sia lecito l’ha detto l’ONU , soprattutto, l’ha detto Mattarella.

Secondo l’attuale vulgata, il ruolo di alfiere del negazionismo climatico sarebbe delle destre. Il governo Meloni però non nega un bel niente; anzi, ha approfittato del riscaldamento globale per bloccare i fondi stanziati per il riassetto idrogeologico, in quanto tutti i progetti a riguardo andrebbero riadattati alla nuova situazione climatica. Dato che, secondo la narrativa mediatica, l’emergenza climatica si aggrava con un’accelerazione esponenziale, anche i progetti di riassetto idrogeologico andranno nuovamente riadattati, perciò un pretesto per dirottarne i fondi si troverà sempre.
Ci sarà sempre il tonto che si presterà, per convenienza o ingenuità, a svolgere il ruolo del “negazionista climatico” da mettere alla gogna nei talk show. Nella finto-sinistra politicorretta c’era anche chi si illudeva che la Meloni, in quanto fascista, potesse incarnare il male del negazionismo climatico. Ma proprio perché è fascista, la Meloni agisce da macchinetta gerarchica, infatti si è già conformata al diktat dei capi. Ospite di Biden a Washington, la Meloni ha affermato che il riscaldamento globale è una “minaccia letale”. Bonelli sperava di essere prescelto lui per fare il grande ispettore delle nostre coscienze, invece ci penserà la Meloni.
La “minaccia letale” di cui parla la Meloni, sicuramente si materializzerà nelle tasche dei contribuenti poveri, che dovranno pagare una montagna di ecotasse sui consumi energetici e sulla riconversione “green”. Ciò che invece non è ancora chiaro, è perché sia così fondamentale per gli emergenzialisti climatici criminalizzare i dubbi. Il punto è che la riconversione green e la rinuncia ai combustibili fossili, rimangono allo stadio di mito di chimera; mentre la realtà in atto è solo quella di una bolla mediatico-finanziaria, quella dei titoli ESG, cioè la cosiddetta finanza “sostenibile” e “green”. Tutte le grandi multinazionali finanziarie concorrono a gonfiare nelle Borse la bolla ESG, ma chi si sta adoperando più degli altri è il fondo BlackRock, che tempo fa aveva persino annunciato che si sarebbe specializzato in questo ramo della finanza “sostenibile”.

Sennonché si è scoperto che non era vero niente. BlackRock si comporta come se la riconversione ecosostenibile fosse una bolla finanziaria destinata a scoppiare, come altre bolle finanziarie in passato; perciò BlackRock sta continuando ad investire in carbone, petrolio e gas. Il fatto che le multinazionali finanziarie investano nel “sostenibile” ed anche in carbone e idrocarburi, smentisce totalmente le fake news secondo le quali dietro il “negazionismo climatico” ci sarebbero gli interessi della lobby dei combustibili fossili. Ma anche senza sapere del doppiogiochismo di BlackRock, sarebbe bastato considerare gli attuali extraprofitti delle aziende che vendono gas in seguito all’esplosione dei prezzi dal 2021. L’annuncio della transizione energetica al green ha infatti creato immediatamente il timore che non si investisse più in estrazione di combustibile fossile e quindi si determinasse una scarsità del prodotto. L’ovvia conseguenza è stata una lievitazione dei prezzi, soprattutto del gas. In tal modo, oltre la bolla dei titoli ESG, ora abbiamo anche una bolla finanziaria delle “commodity” e dei “future” sul gas. In base al codice penale l’emergenzialismo climatico è un reato di aggiotaggio e di manipolazione del mercato.
Qualcuno si ricorderà dell’arroganza della rappresentante di Pfizer davanti al parlamento europeo. La stessa arroganza è stata esibita da BlackRock quando i parlamentari britannici hanno chiesto spiegazioni a proposito degli investimenti nel combustibile fossile. La vera notizia non sta nella protervia di BlackRock, che fa i suoi affari, ma nell’atteggiamento rassegnato dei parlamentari, che accettano tranquillamente questa gerarchizzazione antropologica, per cui c’è chi può fare quello che gli pare, e chi invece viene disciplinato nel comportamento e nel pensiero. Ai poveri si impongono ecotasse, mentre per BlackRock non si osa neppure avanzare l’ipotesi di sovra-tassare i profitti ricavati dagli investimenti sul fossile. La legge e lo Stato sono finzioni, ciò che conta sono le gerarchie antropologiche. A rispondere dei fallimenti della riconversione al “sostenibile” infatti non saranno gli esseri superiori che stanno nelle multinazionali e nei governi, bensì i “negazionisti”.
C’è quindi un’affinità tra il Ponte sullo Stretto di Messina e la riconversione energetica senza emissione di CO2. Nessuno di questi progetti è infatti in grado di prospettare neppure lontanamente un quadro dei costi ed un percorso di realizzabilità, perciò il tutto si risolve in una speculazione finanziaria fine a se stessa ed in una colpevolizzazione preventiva di chi fa domande. L’inconcludenza produttiva di quei progetti deve però assolutamente trovare un alibi, un capro espiatorio, un mostro contro cui indirizzare l’odio dell’opinione pubblica ed al quale attribuire la colpa del ritardo e del fallimento. La colpa del “sabotaggio” se la prenderanno i disfattisti nel caso del Ponte, e i negazionisti nel caso dell’emergenza climatica.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


03/04/2025 @ 04:32:38
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