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"La distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato. Ogni organizzazione di un potere politico cosiddetto provvisorio e rivoluzionario per portare questa distruzione non può essere che un inganno ulteriore e sarebbe per il proletariato altrettanto pericoloso quanto tutti i governi esistenti oggi."

Congresso Antiautoritario Internazionale di Saint Imier, 1872
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 20/10/2016 @ 03:09:06, in Commentario 2016, linkato 1888 volte)
Le campagne presidenziali negli USA non hanno mai toccato vette entusiasmanti, ma la disputa Trump-Clinton esibisce un livello talmente basso da rappresentare una delle peggiori cadute di immagine del sistema americano. Bisogna comunque ammettere che la polemica tra la Clinton e Trump presenta qua e là toni veritieri che non temono smentita. Hillary accusa Trump di essere un satiro che usa i suoi soldi per molestare le donne, e Hillary se ne intende di satiri, visto che ne ha sposato uno. Donald accusa la Clinton di essere una psicopatica che va avanti a botte di psicofarmaci, ed ha sicuramente ragione anche lui.
Nel 2013 il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ai giornalisti che gli chiedevano un parere sulle incertezze della situazione politica in Italia, rispose che, quale che fosse il governo italiano che si andava a formare, ormai per le “riforme strutturali” era stato inserito il pilota automatico. Oggi un emulo americano di Mario Draghi potrebbe da un momento all’altro venire a rassicurarci rivelandoci che, quale che sia il presidente in carica, la politica “estera” (ovvero imperialistica) degli USA non cambierà, dato che anche lì è stato ormai inserito il pilota automatico. E pare proprio che nel programma del pilota automatico ci sia la rotta di collisione con la Russia.
Dal segretario generale della NATO abbiamo anche appreso che tra le truppe schierate a “difesa” dei Paesi Baltici vi sarà una presenza “simbolica” dell’esercito italiano. Ma i simboli sono più che sufficienti per inguaiarsi, vista la reazione di Mosca nei confronti del governo italiano.
Perché poi i Paesi Baltici avrebbero bisogno di essere “difesi”? Ci viene detto che essi temono l’effetto-Crimea, cioè di essere nuovamente annessi all’impero russo. Ma un rischio del genere è semmai attivato dall’eccesso di “difesa”.

La lobby russa dell’export di gas e petrolio ha spinto per il ridimensionamento dell’impero in quanto voleva trasformare gli ex sudditi, già consumatori a sbafo, in clienti paganti. Su questa base commerciale l’azienda russa Gazprom è riuscita a costruire le prime risorse finanziarie che le hanno permesso negli anni di diventare un soggetto affaristico del tutto autonomo, anzi rampante. E proprio il fatto che gli obiettivi affaristici di Gazprom siano stati raggiunti, ha comportato l’irritazione delle multinazionali statunitensi e quindi le provocazioni della NATO in Ossezia nel 2008 ed in Ucraina nel 2013, dove si è verificato nientemeno che un colpo di Stato nel quale sono risultati determinanti elementi nazisti. Le successive sanzioni economiche di USA e UE contro la Russia sono andate a colpire ovviamente l’export di materie prime, perciò ad indebolire la relativa lobby rafforzando le posizioni dell’esercito russo. Oggi Gazprom non ha più a disposizione la valanga di soldi che le consentiva di corrompere e tenere buoni i generali, i quali, ovviamente, fanno la voce sempre più grossa, sino a resuscitare sogni imperiali per ricostituire attorno alla Russia una “fascia di sicurezza”.
La disciplina di marca NATO delle sanzioni economiche dell’Unione Europea alla Russia presenta intanto delle crepe evidenti. Il governo tedesco ha addirittura approfittato delle condizioni contrattuali più favorevoli che la Russia era costretta a concedere a causa delle sanzioni. La Germania ha così potuto migliorare le condizioni finanziarie ed infrastrutturali del suo approvvigionamento di gas russo, cosa che ha provocato le proteste del governo più ligio alle sanzioni stesse, cioè quello italiano, che però è anche il governo che conta meno nelle decisioni.
Quindi, se l’obiettivo della NATO era quello di puntellare la disciplina UE, ci si è riusciti solo con il Paese politicamente più debole.

Matteo Renzi ha acquisito molto del suo stile dall’amico Roberto Benigni, un comico caratterizzatosi per un esteriore atteggiamento trasgressivo ed un sostanziale servilismo. Non per niente Renzi ha voluto esibire Benigni nella visita a Obama come vanto dell’italian style.
Il problema è che la messinscena euro-renziana del piglio baldanzoso e delle brache calate sta trasformando l’economia italiana in una mina vagante che potrebbe deflagrare prima del previsto, ed in tal caso non ci sarebbero “quantitative easing” o troike che tengano. Paesi come la Spagna sono invece riusciti a barcamenarsi ignorando le euro-restrizioni più suicide. Ma la Spagna non ha sul suo territorio basi NATO e USA del peso strategico di quelle italiane, ed inoltre la sua economia ha un ruolo periferico. Il pilota automatico imposto ai governi italiani sta rivelandosi più minaccioso per la sopravvivenza dell’UE dell’indisciplina degli altri Paesi.
Ai vertici della NATO e del Pentagono non vi sono delle cime, ma constatazioni del genere sono comunque alla loro portata. Probabilmente però c’è ancora chi pensa che una nuova guerra fredda possa compattare un’Unione Europea traballante e quindi preservare questa storica appendice della NATO. C’è sicuramente anche chi pensa di spingere sull’acceleratore delle provocazioni per favorire una dissoluzione della Russia, da sostituire con una serie di petro-staterelli, altrettanti feudi delle multinazionali del petrolio. Altri pensano che non si potrà indefinitamente tenere a freno lo sviluppo della Russia e della Cina imponendo al mondo altri decenni di stagnazione economica, perciò tanto vale affrontare adesso lo shock bellico. Altri ancora, più saggiamente, non pensano nulla, perché è comunque il pilota automatico a comandare.
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Di comidad (del 13/10/2016 @ 00:49:33, in Commentario 2016, linkato 3263 volte)
Da sempre la propaganda capitalistica cerca di convincerci dell’idea che l’egoismo dei ricchi faccia bene soprattutto ai poveri, che la rapacità degli imprenditori sia una panacea per i lavoratori, mentre ovviamente non vale il contrario, perché l’egoismo dei poveri farebbe male anche a loro. Negli Stati Uniti i farmaci hanno ormai prezzi così alti che gran parte della popolazione non può permettersi di comprarli, ma le multinazionali farmaceutiche si giustificano affermando che solo con prezzi così alti è possibile finanziare l’innovazione e la ricerca creando un vantaggio per tutto il mondo. Avidità a fin di bene.

Un articolo del settimanale londinese “The Economist” del gennaio 2016 ripropone in grande stile questo tipo di propaganda. È vero che le aziende più impegnate nei progetti di responsabilità sociale sono anche quelle che evadono più tasse, che la “corporate social responsibility” finisce per moltiplicare i profitti e per attirare anche i migliori (e più ingenui?) ricercatori. È vero che eludere il fisco significa sottrarre una ricchezza che dovrebbe aiutare i più deboli. Ma questi sono dettagli del tutto secondari. Dietro l’apparente egoismo delle aziende si cela un cuore generoso: le aziende eludono il fisco, non pagano le tasse e spostano le sedi fiscali in paesi con imposte bassissime o senza imposte, solo perché se pagassero le tasse le amministrazioni pubbliche, inefficienti e burocratizzate, non riuscirebbero a spenderle in programmi efficaci, mentre non pagandole le aziende private possono selezionare le iniziative più mirate per il bene comune, oltre che fornire nuovi posti di lavoro. Anche se non ci viene detto esplicitamente, ciò spiegherebbe finalmente perché i soldi raccolti spremendo quelli che pagano le tasse vengano sistematicamente elargiti in beneficenza verso multinazionali, banche, assicurazioni e altre associazioni caritatevoli. Quindi il miglior modo di assistere i poveri è quello di assistere i ricchi.

I ricchi possiedono i media ed è abbastanza ovvio che li usino per fare la loro propaganda per persuaderci che il loro bene sia il nostro; ma si tratta del livello di mistificazione più facile da smontare. Il livello di mistificazione più insidioso consiste invece nella contrapposizione tra pubblico e privato, o tra Stato e “Mercato”, come se si trattasse di mondi separati. In realtà tra i due “mondi” del “pubblico” e del “privato” vi è fin troppa frequentazione reciproca. Un espediente retorico banale, ma sempre efficace, è quello di personificare categorie astratte come “pubblico” e “privato”, rappresentandole come contendenti di una tenzone in cui si strappano terreno a vicenda. In realtà le persone concrete che animano entrambe queste astrazioni poi sono le stesse.
Il caso dell’ex presidente della Commissione Europea, il portoghese Manuel Barroso, accolto trionfalmente nella multinazionale Goldman Sachs dopo aver “servito” i cittadini europei costituisce un caso ancora oggetto di critiche. Si tratta però solo del caso più vistoso in un generale fenomeno di “porta girevole” che vede gli stessi personaggi passare disinvoltamente da ruoli pubblici a ruoli privati.
Del resto quando un Mario Draghi avrà concluso il suo mandato da presidente della Banca Centrale Europea, si può essere certi che troverà già pronto ad accoglierlo un posto in qualche multinazionale bancaria, magari la stessa da cui proviene, cioè la solita Goldman Sachs. Ma solo in base ad una dietrologica “cultura del sospetto” si potrebbe supporre che l’intera Unione Europea sia solo la facciata di interessi di multinazionali bancarie. Un atteggiamento “più socialmente responsabile” ci suggerirebbe invece di pensare che Goldman Sachs si trovasse a passare per puro caso da quelle parti nel momento meno opportuno. Dannata sfortuna. La stessa sfortuna che ha dovuto subire la multinazionale bancaria JP Morgan nell’incocciare proprio l’ex ministro dell’Economia nel governo Monti, cioè Vittorio Grilli. Ora, dalla dirigenza di JP Morgan, Grilli sta brigando per sostituire Ignazio Visco alla suprema poltrona della Banca d’Italia. La porta girevole di Grilli tra pubblico e privato dovrebbe quindi girare ancora. A difesa di Grilli qualcuno potrebbe argomentare che la Banca d’Italia non è proprio un’istituzione pubblica ma il risultato di un intreccio inestricabile tra diritto pubblico e diritto privato; ciò confermerebbe però che la distinzione tra pubblico e privato non ha molti elementi a proprio sostegno.

La “porta girevole” ha anche altri risvolti interessanti in campi “insospettabili” (solo per gli ingenui), come quello dei mitici “diritti umani”. Dopo il caso clamoroso di Zbigniew Brzezinski, Consigliere della Sicurezza Nazionale USA e dirigente amministrativo di Amnesty International, vi sono anche altri personaggi, come Suzanne Nossel, che passano dal Dipartimento di Stato Usa agli incarichi direttivi in Amnesty International e viceversa. I diritti umani sono un’astrazione che trova gestori sin troppo concreti.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


03/04/2025 @ 04:40:45
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