"
""Napoli" è una di quelle parole chiave della comunicazione, in grado di attivare nel pubblico un'attenzione talmente malevola da congedare ogni senso critico, per cui tutto risulta credibile."

Comidad
"
 
\\ Home Page : Archivio (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 26/09/2019 @ 00:33:11, in Commentario 2019, linkato 7338 volte)
Ciclicamente ritorna l’offensiva per il “no cash”, l’abolizione del contante. Oltre l’instancabile Gabanelli, c’è stavolta Confindustria, con il suo centro studi, a proporre addirittura di tassare i prelievi di contante.
È molto improbabile che questo tipo di misure possa interessare in questo momento un governo alla disperata ricerca di popolarità. Il PD sta cercando anche di inseguire il consenso degli insegnanti, prospettando l’eliminazione di una delle misure più odiose per la categoria, il famigerato bonus al “merito”. Gli insegnanti sono una categoria che in maggioranza è ancorata al politicorretto e quindi stravede per l’Europa e per Greta, eppure il PD era riuscito nel capolavoro di perderne i consensi.
Un soccorso per il PD è giunto persino da Matteo Renzi, che se ne va con armi e bagagli dal partito portando con sé altri personaggi che comportavano un grossa emorragia di consensi elettorali, Maria Elena Boschi e lo zelota dell’euroliberismo Luigi Marattin.
Molti commentatori hanno cominciato ad elucubrare sulla genialità tattica di Renzi, il quale ora potrebbe ricattare il governo. In realtà Renzi avrebbe potuto ricattare il governo molto meglio dall’interno del PD, dove era ancora il padrone del partito, mentre la sua dipartita per Nicola Zingaretti è tutto grasso che cola in vista della restaurazione della finzione del PD come partito di “sinistra”. È più attendibile perciò che Renzi sia stato costretto ad andarsene e che qualche ricatto, probabilmente giudiziario, lo abbia subito proprio lui.
Se si elucubrasse di meno e si andasse un po’ più al sodo, anche la proposta “no cash” di Confindustria non avrebbe acceso il solito dibattito sui pro e sui contro del contante, bensì avrebbe attirato l’attenzione sul paradosso di una associazione di industriali che si mette a fare lobbying bancario. Non si comprende infatti quale possa essere per un industriale l’interesse di contrastare la piccola evasione fiscale favorita dal contante. A differenza della grande evasione fiscale, che se ne va tutta in speculazioni finanziarie, quella piccola invece alimenta la domanda di beni di consumo, quindi agli industriali dovrebbe far comodo. Chi invece ha un interesse preciso a tenere bassa la domanda e quindi l’inflazione, anzi a trasformarla in deflazione, è la grande finanza, poiché la deflazione mantiene inalterato nel tempo il valore dei crediti e costringe Stati e individui ad indebitarsi sempre di più.
L’allineamento crescente degli industriali con gli interessi della finanza ha però cause oggettive e profonde. Non si tratta solo della caduta tendenziale del saggio di profitto, che rende più remunerativi gli investimenti finanziari che quelli produttivi. Il punto è che il lobbying finanziario possiede un’intrinseca capacità di fagocitare gli interessi industriali.

Sebbene abbiano un astratto interesse prospettico all’aumento della domanda di beni, i mitici imprenditori hanno un interesse molto più concreto e immediato a ridurre la quota salari, cioè a risolvere i loro problemi con la compressione del costo del lavoro. E c’è un solo modo certo per ridurre i salari, cioè quello di aumentare la concorrenza tra i lavoratori creando disoccupazione. Il ricatto occupazionale è fondamentale per le imprese non solo per comprimere i salari, ma anche per i rapporti di potere sui luoghi di lavoro. Più il lavoratore rischia di perdere il suo posto e di non poterne trovare un altro, più sarà disponibile ad accettare umiliazioni.
La contraddizione principale del capitalismo industriale riguarda perciò la sua esigenza di mantenere e consolidare i rapporti di potere nella società; un’esigenza che rappresenta un oggettivo freno interno alle sue potenzialità di sviluppo. Al contrario, la finanza non vive questa contraddizione; anzi, i suoi interessi sia immediati che prospettici sono rigorosamente funzionali all’inasprimento della gerarchizzazione sociale. La finanza si pone quindi come erede naturale delle gerarchie sociali precedenti, anche le più arcaiche. Il nesso tra gerarchizzazione e pauperizzazione risulta di nuovo evidente, perciò l’illusione di un superamento della scarsità dovrebbe essere definitivamente tramontata. Il capitalismo, sia industriale che finanziario, non può fare a meno della povertà, che rimane la sua principale risorsa, la sua materia prima fondamentale.
Disoccupazione e povertà determinano deflazione e quindi maggiore dipendenza degli Stati nei confronti degli “investitori istituzionali”, cioè multinazionali bancarie e soprattutto fondi di investimento. Il creare disoccupazione rappresenta un terreno di interesse comune tra finanza e industria, ma l’alleanza tra finanza e industria contro il lavoro comporta il totale allineamento pratico e ideologico dell’industria al lobbying della finanza.
La resa incondizionata della società nei confronti del potere della finanza si manifesta oggi nella crescente applicazione delle tecniche biometriche al credito, una tendenza che non trova alcun ostacolo nella legislazione, a dimostrazione ulteriore che la Legge non sta affatto lì per proteggere il cittadino comune. Il progetto di poter sostituire la carta di credito e lo smartphone con l’impronta digitale o con la traccia dell’iride, apre scenari da film splatter. Se sei un indebitato, non avrai modo di sfuggire, poiché ogni debito sarà tracciabile attraverso il tuo corpo, con la prospettiva di doversi tagliare una mano o cavare un occhio pur di sfuggire ai creditori.
Articolo (p)Link   Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Di comidad (del 19/09/2019 @ 00:44:19, in Commentario 2019, linkato 7181 volte)
Le vicende della formazione del governo Conte bis (o Gentiloni ter) hanno portato molti commentatori insospettabili a scoprire che l’Italia è una colonia. Verrebbe voglia di commentare che era ora, sennonché le argomentazioni appaiono abbastanza inconsistenti e puerili. Tra i neofiti di questa scoperta dell’acqua calda c’è persino Massimo Giannini, l’ex “firma prestigiosa” del quotidiano “la Repubblica”. Giannini ci narra gli “endorsement” internazionali ricevuti dal nuovo governo, che, secondo lui, sarebbe nato non solo per fame di poltrone e paura delle elezioni, ma anche per appoggi di “poteri forti” esteri. Tra questi fautori del nuovo governo ci sarebbero i vertici europei, “spaventati” da Salvini (sic!) ed anche il cialtrone Trump, che in un tweet lanciato a lavori di formazione del governo ancora in corso, si è profuso in elogi alla persona di Conte.
Ma CialTrump non era l’amico di Salvini ed il nemico dell’Europa? Non era stato ancora CialTrump lo scorso anno ad appoggiare la nascita del governo gialloverde in funzione antitedesca? Non era stato sempre lui a dare una manina al primo governo Conte chiedendo a JP Morgan di parlare bene dei titoli di Stato italiani? E CialTrump non era stato quello che si era irritato per gli ardori filocinesi dei 5 Stelle che si erano tradotti nella firma del Memorandum sulla Via della Seta? E allora come mai i 5 Stelle sono di nuovo al governo?
La rappresentazione dell’ingerenza coloniale in termini così approssimativi finisce per screditare il tutto. Bisogna partire dall’assunto che all’estero dell’Italia e della sua situazione politica interna si sa poco o nulla. Ci si basa su fonti giornalistiche, cioè su suggestioni.
Tra le proprie personali benemerenze, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti annovera un dispaccio dell’ambasciatore USA, rivelato da Wikileaks, in cui lo stesso Tremonti era dipinto come un critico della globalizzazione. Si sta parlando del Tremonti che ha introdotto i titoli derivati in Italia e spinto i Comuni ad acquistarli, del Tremonti che ha cercato di privatizzare l’acqua e i patrimoni immobiliari delle Università, del Tremonti che ha fondato Equitalia, che ha bloccato gli stipendi dei lavoratori statali e che ha operato tagli forsennati di bilancio. È chiaro che l’ambasciatore USA assumeva le informazioni solo dai talk show, dove Tremonti esibiva le sue innegabili doti retoriche di venditore di fumo. Quello stesso ambasciatore lanciò nel 2011 anche messaggi di endorsement a favore di Tremonti, cosa che non impedì la sua rimozione con un piccolo colpo di Stato da parte di Napolitano.

I “messaggi di endorsement” dall’estero non vanno quindi presi troppo sul serio. Spesso sono contrattati e sollecitati dall’Italia. Il colonialismo non consiste semplicemente nell’ingerenza di un Paese più potente su uno più debole, ma è una strada a due sensi, è una saldatura di interessi tra un’oligarchia locale ed un’oligarchia estera o sovranazionale. Non esisterebbe l’imperialismo americano senza i filoamericani e non esisterebbe l’egemonia tedesca senza i filotedeschi. Che poi non sono né filoamericani, né filotedeschi ma oligarchie locali che regolano i loro conti all’interno con l’appoggio di potenze straniere. La colonizzazione si inserisce nel conflitto di classe e viene favorita e sollecitata dalle classi dominanti dei Paesi più deboli per tenere a bada i propri ceti lavoratori. Ogni colonialismo è anche un autocolonialismo.
Quanto a connessioni lobbistiche con l’estero, in Italia anche il più pulito ha la rogna. Se la lobby degli affari del PD ha trovato i suoi agganci a Parigi e Berlino, la Lega invece li ha da tempo con Monaco di Baviera, con cui ha formato una vera è propria entità sovranazionale, la Macroregione Alpina. Ricondurre le vicende interne tout court al burattinaio estero, è perciò una banalizzazione colossale.

Le dinamiche del colonialismo sono particolarmente evidenti nelle cosiddette “rivoluzioni colorate”, come quella che si sta svolgendo ad Hong Kong. Il “Washington Post” accusa larvatamente il regime cinese di alimentare le violenze per giustificare una repressione. Si potrebbe supporre però, con altrettanta attendibilità, che una repressione violenta sia perseguita da chi vuole screditare il regime cinese.
Sta di fatto che nessun regime va per il sottile quando deve liquidare movimenti fastidiosi. Il movimento Occupy Wall Street è stato azzerato negli USA dal solito FBI con metodi subdoli e “disinvolti”, eppure si trattava di un movimento sicuramente non violento e certamente privo di agganci con l’estero, un movimento che non andava a chiedere la benedizione dell’ambasciatore russo, mentre i “rivoltosi” di Hong Kong cercano l’endorsement dell’ambasciatore USA.
Nel caso di Hong Kong però la vera questione è che non si può trattare una rivoluzione colorata in Cina come se si trattasse della Georgia o dell’Ucraina. Nessuno può pensare seriamente che una rivoluzione colorata possa abbattere il regime cinese o sottrargli Hong Kong. I dirigenti cinesi alla fine troveranno il modo per spegnere il focolaio, ma comunque il danno sarà fatto e lo scopo di chi ha scatenato la rivoluzione colorata sarà raggiunto. Non si trattava di abbattere il regime o di sottrargli territorio, ma di schiodarlo dalle sue certezze di potenza nazionale allineata e compatta sui propri obbiettivi.

I dirigenti cinesi, ed in particolare il segretario del partito “comunista” Xi Jinping, tengono certamente un contegno molto rigoroso, alieno dagli sbracamenti che caratterizzano i leader occidentali; ma emanano anche l’aura di chi si sente di una specie superiore, estranea alle altrui miserie. Ma ora la sua sicumera Xi Jinping se la può scordare, poiché si è dimostrato, anche se parzialmente, vulnerabile nei confronti del caos altrui.
I dirigenti cinesi sanno che una rivoluzione colorata non può essere completamente eterodiretta, ha bisogno di agganci e complicità all’interno. Chi all’interno del regime cinese non ha saputo o voluto vedere e prevedere in tempo? Chi ha fatto addirittura il doppio gioco?
Queste saranno le domande che agiteranno il regime cinese nei prossimi anni, poiché una rivoluzione colorata non è solo una manifestazione di potenza dell’imperialismo statunitense e delle sue ONG, ma anche delle lobby interne al Paese bersaglio, lobby che cercano sponde e agganci internazionali.
Articolo (p)Link   Storico Archivio  Stampa Stampa
 
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617

Cerca per parola chiave
 

Titolo
Aforismi (5)
Bollettino (7)
Commentario 2005 (25)
Commentario 2006 (52)
Commentario 2007 (53)
Commentario 2008 (53)
Commentario 2009 (53)
Commentario 2010 (52)
Commentario 2011 (52)
Commentario 2012 (52)
Commentario 2013 (53)
Commentario 2014 (54)
Commentario 2015 (52)
Commentario 2016 (52)
Commentario 2017 (52)
Commentario 2018 (52)
Commentario 2019 (52)
Commentario 2020 (54)
Commentario 2021 (52)
Commentario 2022 (53)
Commentario 2023 (53)
Commentario 2024 (51)
Commentario 2025 (14)
Commenti Flash (62)
Documenti (31)
Emergenze Morali (1)
Falso Movimento (11)
Fenêtre Francophone (6)
Finestra anglofona (1)
In evidenza (34)
Links (1)
Manuale del piccolo colonialista (19)
Riceviamo e pubblichiamo (1)
Storia (9)
Testi di riferimento (9)



Titolo
Icone (13)


Titolo
FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


03/04/2025 @ 04:31:48
script eseguito in 80 ms