Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Quando il Sacro Occidente, all'unisono mediatico, intona il lamento per la propria “sconfitta”, l’antioccidentalista “sgamato” si mette in sospetto poiché sa che la psicodrammatica è uno degli schemi di potere più ricorrenti del sacroccidentalismo. Intanto abbiamo scoperto che, nonostante una certa stanchezza, la guerra in Afghanistan è rimasta “popolare” come nel 2001, con un appoggio convinto di una parte dell'opinione pubblica, che ha vissuto il ritiro come un dramma personale e lo ha usato per rinfocolare i propri istinti guerrafondai.
La ventennale guerra della NATO in Afghanistan ha presentato sin dall’inizio evidenti anomalie, come l’assoluta inconsistenza delle motivazioni ufficiali: la “lotta al terrorismo” appariva infatti fuori luogo, dato che i Talebani non c’entravano nulla con l’11 settembre e farli oggetto della vendetta appariva pretestuoso. Enrico Letta ricorda male: la “esportazione della democrazia” fu tirata fuori tra i casus belli dell’invasione dell’Iraq del 2003, non per l’Afghanistan. A ciò si aggiunge l’evanescenza degli obbiettivi strategici dichiarati. Come molti commentatori hanno già ricordato, il paragone col Vietnam è improponibile, poiché in Afghanistan un vero confronto di forze sul campo non c’è mai stato.
Tutte le guerre imperialistiche sono cordate di affari e le “guerre anomale” più di tutte. La presenza massiccia di ONG sul suolo afgano ha consentito non solo di riciclare il denaro sporco dell'oppio (il cui boom produttivo è coinciso “casualmente” con l’occupazione della NATO), ma anche il denaro pubblico destinato ad iniziative umanitarie, trasformato in investimenti più remunerativi. D’altra parte i business si esauriscono oppure ad un certo punto i costi superano i profitti, perciò può anche arrivare il momento di abbandonare il campo. Ammesso che sia così, sarebbe comunque improprio parlare in questo caso di sconfitta dell’imperialismo.
Gli stessi Talebani, come campioni dell’antimperialismo, risultano abbastanza improbabili, visti i loro organici rapporti con i servizi segreti pakistani. Il rapporto privilegiato con il Pakistan è anche alla base del riconoscimento internazionale che di fatto è stato accordato al nuovo regime talebano da molti governi dell’area. Prima dell'invasione del 2001 i Talebani non controllavano però pienamente il territorio afgano, soprattutto al Nord del Paese, ed è probabile che le cose rimangano così, a prescindere da ciò che deciderà di fare il figlio di Massud.
Presentare l'arrivo dei Talebani a Kabul come la calata dei barbari appare inoltre una palese forzatura. Negli anni ’80, quando gli invasori erano i Sovietici, il Sacro Occidente non si indignava per i burqa o per la mancata istruzione delle donne, oppressioni che c’erano da prima del regime talebano e che il regime comunista locale contrastava. Per di più, in tanti anni di propaganda occidentalista, nessuno straccio di prova è stato mai portato circa i rapporti tra Talebani ed attentati esterni al territorio afgano.
Va anche sottolineato che la NATO non aveva affatto creato un clima idilliaco di rispetto dei mitici “diritti umani”. Due anni fa un rapporto di Human Rights Watch rivelava che in Afghanistan vigeva il terrore delle squadre della morte finanziate dalla CIA. Human Rights Watch ed Amnesty International pubblicano questi rapporti “scomodi” per mantenersi credibili, sapendo però in anticipo che, quando si tratta di crimini statunitensi ed israeliani, non saranno rilanciati dai grandi media: è un compromesso, un gioco delle parti, che consente a queste organizzazioni per i diritti umani di sopravvivere e di tornare utili allorché sulla graticola mediatica deve finire qualche “dittatore” sgradito al Sacro Occidente. Non è realistico ritenere che questi omicidi seriali colpissero solo i Talebani o i loro simpatizzanti, e
testimonianze di veterani americani confermano che fossero direttamente coinvolti nei crimini persino i corpi di polizia addestrati dalla NATO.
La superiorità morale del Sacro Occidente si basa esclusivamente sulla potenza mediatica che consente al bue di dire cornuto all’asino. Durante il regime paradisiaco della NATO, i
dati ufficiali dell'ONU registravano 2,6 milioni di profughi afgani registrati, gran parte di questi rifugiati in Pakistan ed in Iran. Ma allora la questione dei profughi afgani non allarmava i media come adesso, sebbene i numeri attuali siano inferiori.
Secondo fonti della stessa ONU i rifugiati afgani non registrati sarebbero addirittura qualche milione in più di quelli registrati,
la maggior parte accolti in Iran. L'ONU ammette che, pur con qualche problema, l'Iran (Stato “canaglia” per eccellenza, secondo la propaganda occidentalista e infatti colpito da innumerevoli sanzioni) fa molto per assistere i profughi, assicurando l’istruzione anche ai bambini afgani privi di documenti. Gli Stati occidentali invece già litigano tra loro per accogliere qualcuno di quei profughi, su cui pure stanno versando calde lacrime.
Altro aspetto poco convincente della vicenda riguarda l'eccessiva pressione mediatica sul personaggio Biden. Fa parte del roleplay americano assegnare sempre al presidente democratico la parte dell’imbelle, ma a decidere tempi e modi di un ritiro non è il presidente USA, bensì direttamente il Pentagono, che ha anche tutti i mezzi per bloccare eventuali direttive presidenziali non gradite. Se c’è stata “precipitazione” nell’evacuazione, tale da creare la solita “emergenza umanitaria”, appare difficile pensare che sia stata casuale. Nessuna sconfitta sul campo incalzava le truppe NATO o ne metteva in questione l’incolumità, come era accaduto invece a suo tempo in Vietnam, dove le truppe USA dovevano vedersela non solo con la guerriglia Vietcong ma soprattutto con l'esercito regolare nord-vietnamita.
La “emergenza umanitaria” sta già diventando il pretesto per una sorta di parziale reinserimento della NATO, con i “voli umanitari”. Quest’appendice potrebbe rappresentare un modo per proseguire l’ingerenza della NATO; e ci potrebbe anche essere il risvolto di un ennesimo business legato ai profughi, da monitorare con attenzione. I media parlano di un “ultimatum” dei Talebani alla NATO,
un'intimazione a sgombrare entro il 31 agosto, ma l'effettiva dichiarazione sembra più un richiamo al rispetto degli impegni presi. Aver fatto questo richiamo è stato comunque un atto di ingenuità, che i media occidentali hanno sfruttato a dovere per alimentare nell'opinione pubblica la psicosi revanscista, infatti sono già cominciate le pressioni per posticipare il ritiro della NATO.
L’artificiosità di questa ennesima emergenza umanitaria pone dei dubbi sulla effettiva volontà di un pieno ritiro della NATO e apre spazio all'ipotesi di un piano per ristrutturare il tipo di presenza militare con l'alibi del “salvataggio”, sia dei profughi, sia delle donne minacciate dal ritorno del burqa. A complicare il quadro sono arrivate nelle ultime ore persino notizie incontrollate su un possibile attacco dell'Isis a Kabul, così il
clima di corsa al “salvataggio” è completo. Il “salvataggio” è un alibi tipico del Sacro Occidente, un richiamo della foresta per i colonialisti (pardon, per i “salvatori”) irriducibili. Certo, potrebbe trattarsi solo di uno psicodramma per digerire la frustrazione e ribadire la superiorità occidentale, ma è bene considerare anche ipotesi diverse.
Ringraziamo Claudio Mazzolani per la collaborazione.
Quando la comunicazione dominante affronta questioni che riguardano paesi esterni al sacro Occidente, spesso finisce per utilizzare schemi che prediligono l’esotismo, l’orientalismo, il mistero, i barbarismi e altre fumosità inintelligibili.
Si va da Abubakar Shekau, leader di Boko Haram che
leggeva il Corano mentre guidava la motocicletta, e nonostante le raccomandazioni della madre, a
Gheddafi in fuga verso l’Africa profonda, braccato dalle potenze occidentali ma con un tesoro di lapislazzuli, lingotti d’oro e diamanti.
Così, per spiegare l’ascesa e l’affermazione di una entità come l’ISIS, la comunicazione mainstream ci dà una soluzione credibile: si finanziano con il contrabbando del petrolio. Come se delle formazioni armate in continuo movimento potessero avere il tempo e la capacità di ripristinare i pozzi petroliferi, di organizzare il trasporto e la vendita sottocosto (altrimenti che contrabbando è) del petrolio ad acquirenti degli stati contigui, teoricamente ostili, ricavarne denaro sufficiente e presentarsi sul mercato internazionale degli armamenti a fare shopping.
Si lascia poi a qualche noioso analista, o a qualche complottista, il compito di spiegare che le varie fazioni islamiste sarebbero state ben poca cosa senza il sostegno delle
scuole coraniche come canale di finanziamento da parte dell’Arabia Saudita (con la supervisione USA); che l’eliminazione di Gheddafi era dettata da interessi geopolitici più sostanziosi dei suoi lapislazzuli; che l’ISIS non sarebbe mai esistito senza i soldi delle petromonarchie e senza un nocciolo duro costituito dalla guardia repubblicana sunnita di Saddam. Gli attacchi e gli attentati dei sunniti contro gli sciiti in Iraq sono stati utilissimi per gli USA, che avevano bisogno di destabilizzare l’intera regione, visto che il governo iracheno a maggioranza sciita avrebbe potuto stringere un’alleanza con l’Iran o con la Siria.
Non è ancora chiaro in quale tipo di strategia debba essere inquadrata la ritirata della coalizione a guida USA dall’Afghanistan. L’immagine dell’elicottero che porta via il personale americano a Kabul evoca senz’altro quella famosa di Saigon; ma in quel caso si trattò di una vera sconfitta sul campo da parte di un esercito ben equipaggiato e addestrato. Una situazione non paragonabile a quella di formazioni armate con un livello di tecnologia militare equivalente a zero, come nel caso dei talebani.
D’altro canto è inevitabile pensare a un bilancio. Se gli Stati Uniti, con la solita faccia di bronzo, parlano di missione compiuta, bisogna comunque ricordare che la missione è costata 2300 miliardi di dollari agli USA; che le vittime afgane sono state 160mila e quelle della coalizione 3600; che dopo decenni di addestramento, le forze armate afgane create dall’occidente, si sono liquefatte in pochi giorni (fra l’altro, Bin Laden, saudita, è stato ucciso in Pakistan), e che dopo 20 anni si ricomincia da capo.
Spetta alla comunicazione ufficiale l’ingrato compito di raccontare balle per distrarre da un bilancio che sembrerebbe anche politicamente catastrofico. Molte testate si lanciano sul classico “timore di un nuovo medioevo”, altre preferiscono “una possibile ripresa del terrorismo islamico”. C’è chi invece teme “la nascita di un nuovo Narco-Stato”, visto che i talebani si finanzierebbero con i proventi dell’oppio. Nel racconto favolistico tutto sembra plausibile, e ogni rovesciamento della realtà trova un suo fondamento.
In realtà, nella classifica dei Narco-Stati, gli USA non sono secondi a nessuno. Gli Stati Uniti consumano circa il 50% della produzione mondiale di droga, ma controllano i traffici illegali in modo diretto o indiretto in ogni parte del mondo. Il totale fallimento della cosiddetta “guerra alla droga” è stato in realtà un formidabile successo. In un libro del 1973, [La politica dell’eroina, oggi difficile da reperire] Alfred W. McCoy spiegava con un’ampia documentazione come la diffusione delle droghe sia stata sempre gestita dai vari servizi segreti, come ad esempio dalla Cia. In effetti i benefici dal punto di vista del dominio sono enormi. McCoy sottolinea, ad esempio, l’importanza del traffico di droga per le imprese coloniali. Prima i Portoghesi, poi i Francesi in Indocina, quindi gli Inglesi in India, infine gli USA nel Vietnam e in Afghanistan hanno cercato di compensare gli enormi costi di imprese coloniali non sempre redditizie, con i proventi della droga.
L’industria afgana dell’oppio, che i talebani avevano messo in ginocchio, è stata ripristinata, organizzata e sviluppata dagli Stati Uniti passando dal 6% del 2001 al 93 % del mercato mondiale del 2007.
I dati del 2017 segnalano un record della produzione annua di 9000 tonnellate di oppio; mentre
nel 2020, nonostante la crisi Covid, le tonnellate prodotte sarebbero solo (!) 6300. I vantaggi della politica della droga sono noti: rendere più docili e sottomesse le popolazioni colonizzate (come fecero gli Inglesi diffondendo a livello di massa l’uso dell’oppio in India)(1), organizzare sistemi di controllo poliziesco specifici per la “guerra alla droga”, mettere le mani su una parte degli introiti dei traffici illeciti, ottenere la complicità di governi e organizzazioni criminali locali, e così via. Fra l’altro, un paese destabilizzato in permanenza come l’Afghanistan offre ampie possibilità di triangolazioni finanziarie per il money laundering, lavaggio di denaro sporco,
come segnalava Assange già 10 anni fa.
Che i talebani abbiano deciso di racimolare un gruzzoletto con il traffico di droga, è possibile. Ma senza l’esperienza criminale degli USA non farebbero molta strada. Bisogna piuttosto chiedersi come faranno gli USA senza il mare di droga che producevano in Afghanistan. Vedremo.
(1) Il romanzo di Amitav Ghosh, Mare di papaveri, offre uno straordinario affresco del periodo delle “guerre dell’oppio”, con riferimenti storici molto precisi.