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(Osservazioni sul libro "Stalin, Storia e Critica di una Leggenda Nera" di Domenico Losurdo)
Stalin fu celebrato in vita dai più illustri uomini di Stato "occidentali", per poi subire da morto la sorte di essere criminalizzato e presentato come un'incarnazione del Male. Questo paradosso costituisce il punto di partenza del libro del filosofo Domenico Losurdo: "Stalin, Storia e Critica di una Leggenda Nera".
Il paradosso potrebbe però essere solo apparente. Stalin può aver riscosso tanta ammirazione da parte dei controrivoluzionari proprio per la sua attività controrivoluzionaria, per poi diventare un comodo bersaglio propagandistico dopo la sua morte, quando la sua figura poteva essere strumentalizzata in funzione anticomunista.
Losurdo dimostra che a Stalin sono stati attribuiti dalla propaganda "occidentale" molti crimini non provati, ma è anche vero che non gli vengono contestati crimini su cui invece abbonda una precisa documentazione ufficiale. Ad esempio, se da una parte non c'è nessuna prova che Stalin sia effettivamente responsabile del genocidio per fame in Ucraina, dall'altra sono invece accertate le sue responsabilità - sia pure indirette - nel genocidio dei Palestinesi nel 1948, quando furono proprio la decisa azione diplomatica e l'aiuto materiale dell'Unione Sovietica, contro le remore della Gran Bretagna, a consentire la nascita dello Stato di Israele. È un tema ritornato da poco alla ribalta della storiografia, anche se lo storico comunista Luciano Canfora nell'aprile 2002 si presentò addirittura ad una manifestazione di piazza pro-Israele (organizzata dal giornalista - e confesso agente della CIA - Giuliano Ferrara), per vantare in quella pubblica occasione i determinanti meriti di Stalin nella nascita di Israele.
Nel 1948 i sionisti costituivano già da mezzo secolo una banda di mercenari al soldo del colonialismo britannico, ma la Gran Bretagna e gli Stati Uniti temevano che la nascita di uno Stato di Israele costituisse una provocazione eccessiva e insostenibile verso gli Arabi, perciò risultò decisivo alla fine l'atteggiamento favorevole di Stalin. La propaganda ufficiale non soltanto ha taciuto sul fatto che Stalin sia il vero padre dello Stato di Israele, ma è arrivata ad inventarsi un suo presunto antisemitismo, in modo che il nesso Stalin-Israele sia considerato inconcepibile.
A differenza dei leader "occidentali", Stalin non si lasciò mai andare a dichiarazioni razzistiche, ma la sua scarsa sensibilità verso le spinte anticolonialistiche nel mondo arabo fa comunque pensare che subisse dei pregiudizi in tal senso.
Durante la guerra di Spagna, dalle colonne del suo giornale "Guerra di Classe", l'anarchico Camillo Berneri si batté perché il governo repubblicano concedesse l'indipendenza al Marocco spagnolo, in modo da togliere a Franco la sua base di appoggio; ma anche in quel caso prevalsero nel governo, controllato dagli stalinisti, sia i pregiudizi contro società arretrate e tribali, che avrebbero potuto costituire un ostacolo al progresso se liberate dall'oppressione coloniale, sia - e soprattutto - il timore di infastidire le grandi potenze coloniali. Considerando nella giusta dimensione l'importanza della questione marocchina, l'assassinio di Berneri potrebbe essere stato concepito dagli stalinisti anche come un favore nei confronti di Francia e Gran Bretagna.
In tutta la visione staliniana pare completamente assente la consapevolezza che anche l'Unione Sovietica costituisce un bersaglio per il colonialismo "occidentale"; un fatto che risulta evidente oggi che la Russia post-comunista non costituisce più una sfida ideologica per il sedicente "Occidente", che però continua a cercare di accerchiarla e smembrarla per impadronirsi dei suoi serbatoi naturali di materie prime.
Avendo svolto la sua funzione controrivoluzionaria da vivo, Stalin poteva essere poi infangato da morto, poiché la sua figura funziona da comodo pretesto per mettere sotto accusa ogni istanza rivoluzionaria. La destalinizzazione dell'Unione Sovietica ha sicuramente favorito questa propaganda, poiché gli argomenti contro Stalin contenuti nel rapporto segreto del XX Congresso del PCUS del 1956 finivano, volontariamente o meno, per mettere sotto accusa la stessa idea di Rivoluzione.
Losurdo riferisce nel suo libro di una testimonianza del ministro degli Esteri sovietico Molotov, secondo cui Stalin avrebbe avuto una premonizione sul fatto che la sua tomba sarebbe stata ricoperta di immondizia. Stalin poteva profetizzarlo con cognizione di causa, dato che doveva essere a conoscenza dell'opportunismo del gruppo dirigente che egli stesso aveva selezionato. Alla morte di Stalin, il suo pupillo Beria, e l'annessa mafia georgiana, vennero eliminati, ma il resto del gruppo dirigente sovietico era comunque di derivazione staliniana e, dal punto di vista ideologico, non rappresentò mai una rottura in tal senso.
In un discorso all'Assemblea Costituente, Benedetto Croce affermò che il fascismo continuava nell'antifascismo, poiché la nuova classe dirigente seguita alla caduta del regime mussoliniano proseguiva nel costume fascista di denigrare l'Italia. Anche lo stalinismo è continuato nella destalinizzazione, poiché è proseguita la pratica staliniana di trovare il nemico soprattutto a sinistra, e di cercare il potenziale interlocutore sempre a destra.
Oggi, con Veltroni, siamo addirittura allo stalinismo senza comunismo e senza sinistra, poiché il segretario del PD è persino riuscito, contro ogni evidenza, ad attribuire il fallimento del governo Prodi alla mitica "politica dei no" della cosiddetta "sinistra radicale", isolandola da ogni futura ipotesi di governo, anche a costo di condannare se stesso ed il suo Partito Democratico all'estinzione.
Quando Losurdo deve smantellare molti dei miti negativi su Stalin costruiti dalla propaganda anticomunista, allora si serve di una puntuale documentazione, che certamente mette in crisi i luoghi comuni sul fenomeno Gulag. Ma allorché Losurdo si trova di fronte all'evidenza della eliminazione del gruppo dirigente della Rivoluzione di Ottobre, allora deve ricorrere a sofismi o a illazioni. Se abbiamo ben compreso l'argomentazione di Losurdo, Stalin sarebbe stato costretto ad eliminare la vecchia guardia rivoluzionaria per la propensione dei sovversivi di professione a continuare la loro attività anche contro il governo rivoluzionario; quindi la sovversione viene interpretata come nevrotica coazione a ripetere, anche quando le circostanze lo sconsiglierebbero.
Che accanto a Stalin non sia rimasto nessuno dei rivoluzionari della prima ora, costituisce una di quelle evidenze che non si possono risolvere con argomenti di questo genere. Far fuori i rivoluzionari, in definitiva, è un'attività controrivoluzionaria; nel caso di Trotzsky il fatto si può spiegare con la terribile radicalità della contrapposizione che si è verificata, ma è un argomento che certo non può valere quando si tratti di un Kamenev o di un Bucharin.
È la propaganda reazionaria a sostenere che la destabilizzazione sociale provenga sempre dalla nefasta azione di mostri mitologici, come i fanatici utopisti, i terroristi, o i tiranni. Un classico dell'antistalinismo, "Animal Farm" di George Orwell, nonostante i suoi pregi letterari, costituisce dal punto di vista politico una colossale mistificazione, poiché colloca la Rivoluzione Russa in una metafora astratta, un mondo ingiusto ma ordinato, che all'improvviso viene sovvertito dall'illusione rivoluzionaria dei "maiali", chiaramente discendenti dei "demoni" di dostoevskiana memoria.
Le motivazioni utopistiche dei "maiali", come quelli dei "demoni", alla fine si rivelano sempre la maschera di un desiderio di privilegi, perciò si ristabiliscono gli schemi reazionari della fiaba ufficialmente imposta, secondo cui la ricchezza soddisfatta viene minacciata dalla invidia sociale.
È sempre lo stesso luogo comune reazionario per cui bisogna votare il ricco perché non avrebbe bisogno di rubare, come se fosse possibile diventare e restare ricchi senza rubare. Già Aristotele avvertiva invece che la minaccia alla stabilità proviene dai ceti privilegiati, sempre ansiosi di ulteriori privilegi. Persino la Rivoluzione Francese cominciò per l'attacco mosso al potere regio da parte di un'aristocrazia desiderosa non solo di difendere, ma di estendere i suoi privilegi.
Che la Rivoluzione Russa sia sortita dal macello della prima guerra mondiale, che si sia radicalizzata sulla questione di uscire dalla guerra, che sia proseguita in una guerra civile fomentata e sostenuta dalla aggressione coloniale degli ex alleati della Russia zarista, sono fatti che si mettono in ombra troppo facilmente. Nel 1919 era pronto persino un corpo di spedizione italiano per aggredire la Georgia e strapparla all'Unione Sovietica. Questo progetto, ispirato e incoraggiato da Francia e Gran Bretagna, fu liquidato solo per l'arrivo alla Presidenza del Consiglio nel 1919 di Francesco Saverio Nitti - che ne riferisce nelle sue memorie -; altrimenti ad aggredire l'Unione Sovietica vi sarebbero state anche truppe italiane, oltre che francesi, statunitensi, britanniche e giapponesi.
La propaganda borghese non ha mai dubbi: dietro ogni mossa dei comunisti c'è sempre un movente utopistico, poiché secondo questa propaganda esistono due mondi separati, quello delle "scelte pragmatiche" e quello delle scelte dettate da utopismo e fanatismo. Il continuo sospetto nei confronti del movente utopistico, ha trasformato la ricerca storica su vicende come la collettivizzazione dell'agricoltura in un processo alle intenzioni a scapito dell'attenzione ai dati di fatto.
In realtà, parlare di una Russia strappata dal suo idillio e trasformata a forza dai rivoluzionari in un laboratorio di Utopie, costituisce un puro falso storico, ma ciò non toglie nulla alla constatazione che Stalin non abbia contribuito assolutamente a render chiaro che "rivoluzione" non significa violazione di un ordine, bensì resistenza ad un'aggressione coloniale e di classe.
Stalin ha condiviso i luoghi comuni reazionari, ed è stato per tutta la vita soprattutto un cacciatore di utopisti, di "demoni" in senso dostoevskiano. E per tutta la vita, Stalin ha cercato intese "pragmatiche" con i mitici e inesistenti "ricchi soddisfatti" di cui Churchill era solito cantare le lodi. I sedicenti "ricchi soddisfatti" - ingrati - hanno poi demonizzato anche Stalin.
La lettera del presidente della Repubblica Napolitano al presidente brasiliano Lula, in cui esprimeva “stupore e rammarico” per la decisione del governo brasiliano di concedere a Cesare Battisti lo status di rifugiato politico, non deve ingannare per l’apparente pacatezza dei toni. La lettera rientra infatti in una linea di drammatizzazione artificiosa degli eventi di cui spesso Napolitano ha dato esempio, e non a caso la lettera stessa ha fornito l’appiglio per dichiarazioni arroganti e minacciose verso il Brasile di alcun esponenti governativi della ex-AN e della Lega Nord.
La scompostezza delle reazioni ricorda un caso avvenuto esattamente dieci anni fa, in cui l’Italia si trovò però a ruoli invertiti. Nel 1999 il governo di allora, presieduto da D’Alema, dovette affrontare le proteste minacciose del governo turco di fronte alla prospettiva che l’Italia concedesse asilo politico al guerrigliero kurdo Abdullah Ocalan. La reazione aggressiva del governo turco aveva però motivazioni comprensibili, per quanto ignobili. La questione kurda non soltanto rappresenta una minaccia alla stessa legittimità dello Stato Turco, ma mette in evidenza anche una serie di contraddizioni della politica del sedicente Occidente nei confronti del cosiddetto terrorismo.
Ocalan era definito “terrorista” dai media euro-americani poiché agiva all’interno del territorio turco, ma se avesse operato appena qualche chilometro più in là, oltre il confine con l’Iraq, allora la propaganda “occidentale” lo avrebbe considerato un eroico combattente della libertà contro la tirannia genocida di Saddam Hussein. Contro l’evidenza, il governo turco fece ricorso a tutta la sua arroganza per riportare l’Italia ai suoi obblighi di alleato. D’Alema dovette quindi sottostare ancora una volta alla disciplina della NATO, e costringere Ocalan ad espatriare per farsi arrestare in Kenia.
Nella vicenda odierna, se c’era qualcuno che aveva interesse a mantenere la vicenda nell’ambito di un basso profilo, questo era invece proprio il governo italiano. Era prevedibile infatti che il “fumus persecutionis” che emana dalle accuse di terrorismo della magistratura italiana contro Battisti, avrebbe potuto spingere il governo brasiliano a cogliere la palla al balzo per assumere, a basso costo, l’alone di difensore dei deboli. Lula deve quotidianamente sopportare il confronto con le audaci prese di posizione del suo omologo venezuelano, Chavez, e perciò difficilmente avrebbe potuto giustificare un atteggiamento accondiscendente nei confronti di un’Italia che oggi viene identificata nel mondo con l’immagine avvilente di Berlusconi.
Napolitano ha colto invece, per l’ennesima volta, l’occasione per attestarsi a portabandiera dei luoghi comuni più reazionari, questi stessi luoghi comuni che la destra agita in continuazione per creare un clima di incombente regolamento di conti con la sinistra. I cosiddetti “anni di piombo” vengono presentati come l’effetto dell’azione folle di settori della sinistra, con i quali la sinistra nel suo complesso risulterebbe moralmente complice, se non altro per le comuni radici culturali.
Curiosamente, tale dottrina trova i suoi maggiori teorici proprio a “sinistra” e non solo in quella “moderata“ di Napolitano, ma anche in quella “radicale”. È stata infatti Rossana Rossanda ad escogitare la formula secondo cui il terrorismo farebbe parte dell’ “album di famiglia” della sinistra, ed è stata la stessa Rossanda a darsi da fare per screditare ogni ipotesi di uso del lotta-armatismo da parte dello Stato. Una ricostruzione del genere può essere sostenuta solo a condizione di accettare l’immagine irrealistica di uno Stato docile, inerme e passivo di fronte ad un attacco terroristico forte del suo fanatismo.
Ne vengono fuori dei paradossi incredibili: da un lato si celebra la figura del commissario Calabresi come esempio luminoso di servitore dello Stato, dall’altro lato si vuol far credere che quattro spiantati di Lotta Continua - che egli conosceva benissimo - gli facessero la posta sotto casa per settimane senza che se ne accorgesse. Quindi si fa fare la figura del cialtrone a lui, ed anche ai suoi colleghi che non lo avrebbero protetto, nonostante che si pretenda che in quel periodo vi fosse un clima minaccioso verso Calabresi.
Terroristi che si inventano una guerra che non c’era, e vanno a colpire alla cieca: è questa la versione dei fatti di quegli anni sostenuta da Nanni Moretti nel 1995, in una conferenza stampa per presentare un film sulle vittime del terrorismo da lui prodotto e interpretato, “La Seconda Volta”. Una “sinistra” che accredita l’idea che al suo interno sia potuto sorgere un tale gratuito concentrato di malvagità/stupidità, sta fornendo alla destra non solo un utile delirio propagandistico, ma anche l’alibi di doversi difendere da una minaccia costante di guerra civile.
Il problema è che la ex-sinistra cerca la sua ragion d’essere nel farsi perdonare di essere stata sinistra, diventando così più realista del re, più forcaiola e razzista della destra, perciò costituisce davvero una minaccia.
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