Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
L’acquisizione della Chrysler da parte della FIAT è stata celebrata con toni trionfali non solo dalla stampa di proprietà della stessa FIAT, ma da tutti i media italiani, compreso il quotidiano “il Manifesto”.
Tutti avvolti nel tricolore, i politici e i giornalisti hanno ammirato estatici e plaudenti l’incredibile miracolo: la FIAT ancora cinque mesi fa sembrava un paziente in coma, mantenuto in vita solo dalla macchina dei sussidi statali, ed ora invece il comatoso non solo risorge, ma va persino a conquistare l’America.
Il miracolo è davvero incredibile, e infatti non è mai avvenuto. Il paziente si è alzato, ma non si è strappato le flebo di denaro pubblico che lo tengono in vita, anzi deve i suoi passi proprio a quelle continue trasfusioni.
La FIAT è la stessa di cinque mesi fa, di trenta anni fa, di un secolo fa, cioè mantenuta in vita dai finanziamenti statali. Con questi cento anni di finanziamenti statali alla FIAT, non solo la FIAT avrebbe potuto essere nazionalizzata un centinaio di volte, ma addirittura altre cento FIAT avrebbero potuto essere create, ovviamente se il denaro pubblico non fosse stato oggetto di sistematica privatizzazione.
L’Amministratore delegato della FIAT, Sergio Marchionne, sbarca in America grazie ai soldi del contribuente italiano, e lascia in America i soldi del contribuente italiano: questo è il dettaglio concreto che la disinformazione ufficiale si è lasciata sfuggire. Del resto, questo sbarco per Marchionne è un po’ un ritorno a casa, dato che è mezzo canadese e, con tutta probabilità, anche agente della CIA.
Da parte dell’opinione pubblica, qualche accenno preoccupato non è mancato. Ma non sarà un modo per gli Stati Uniti di mettere loro un piede in Italia? E il know-how della FIAT non rischia di passare all’industria USA?
In realtà gli Stati Uniti non solo già hanno un piede in Italia, ma addirittura ne hanno centoquattordici, cioè le centoquattordici basi americane e NATO disseminate sul territorio italiano. Circa la metà di queste basi sono centri affaristico-criminali delle Corporation USA, e luoghi in cui merci di tutto il mondo affluiscono per essere smistate senza controlli e dazi doganali, quindi in barba al fisco italiano.
L’altra metà sono dei “semplici” centri di ascolto, con antenne radar ed ogni altro mezzo di intercettazione, ad onta di ogni patetica legge contro le intercettazioni. In Italia non c’è comunicazione che non venga intercettata attraverso le basi americane e NATO, perciò in Italia lo spionaggio industriale a vantaggio delle multinazionali statunitensi già avviene sistematicamente e in modo capillare.
È evidente perciò che l’interesse statunitense non è per la FIAT in quanto tale, ma per il collettore di denaro pubblico che essa rappresenta; ed è grave che giornali come “il Manifesto” o “Liberazione” non siano andati immediatamente e direttamente al sodo, ponendo la domanda più urgente: che fine faranno ora i finanziamenti statali alla FIAT?
Non è pertinente l’osservazione secondo cui la spesa pubblica italiana è poca cosa se comparata ai bilanci palesi e occulti delle multinazionali statunitensi, poiché il colonialismo è fondato proprio sui piccoli furti che finanziano quelli grandi; allo stesso modo in cui scippando la pensione sociale alle vecchiette è possibile reperire i fondi necessari ad allestire le grandi rapine. Si tratta di un paragone e non di una metafora, poiché effettivamente gran parte del business che ha dato vita all’esplosione del fenomeno delle agenzie finanziarie, si fonda appunto sui prestiti garantiti dal prelievo automatico sulle pensioni.
Alla fine degli anni ‘70, attraverso la Legge sulla Riconversione industriale, il governo Andreotti di Unità Nazionale - sostenuto anche dal Partito Comunista - poté erogare alla FIAT sessantamila miliardi, con i quali l’azienda finanziò i licenziamenti a Mirafiori nel 1980; licenziamenti che la FIAT non si sarebbe potuta permettere se i suoi proventi fossero dipesi esclusivamente dalla produzione.
Oggi, con ammirevole senso di equità e solidarietà internazionale, il denaro pubblico italiano viene chiamato a finanziare i licenziamenti alla Chrysler, i cui sindacati hanno accettato decurtazioni di paga in cambio di garanzie cartacee; ciò a conferma che, anche in fatto di sindacati, tutto il mondo è paese.
Il discredito in cui sono cadute le multinazionali - conosciute nel mondo anglosassone come corporation - ha fatto sì che queste si dotassero di un nuovo strumento di penetrazione coloniale: le Organizzazioni Non Governative, associazioni private che dicono di ergersi a difesa dei diritti umani e per la promozione della cooperazione e dello sviluppo nel terzo mondo.
Da anni in Africa l’arrivo delle ONG precede e favorisce quello delle multinazionali, tanto che, almeno lì, la maschera sembra caduta ed oggi la loro sigla viene identificata con l’aggressione coloniale. Altrettanto sta avvenendo in America Latina.
In Europa l’informazione a riguardo è invece timida ed esitante. A quanto pare le dichiarazioni ufficiali di altruismo, idealismo e disinteresse delle ONG ottengono ancora un notevole effetto intimidatorio su una opinione pubblica progressista troppo sensibile alla retorica astratta e poco attenta alla successione dei fatti.
Sta di fatto che non appena un Paese del terzo mondo si trovi in conflitto con qualche multinazionale - come sta capitando al Venezuela con la Exxon -, immediatamente una ONG apre nei confronti di quel Paese un contenzioso per i diritti umani. I diritti umani delle multinazionali?
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