Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il segretario del Partito Democratico, Bersani, ha dichiarato che la formazione di un governo Tremonti potrebbe costituire una tappa necessaria per porre fine al berlusconismo (magari in attesa di un governo Fini). In effetti l'operazione politica in questione è stata preparata da un'intervista rilasciata dallo stesso Tremonti a "La Repubblica", in cui il ministro veniva santificato dall'intervistatore, che era uno degli esponenti più autorevoli del quotidiano, Massimo Giannini.
Il commento, ovvio, che è venuto spontaneo a molti è stato che, evidentemente, Bersani e "La Repubblica" pensano che persino uno come Berlusconi abbia il diritto di essere rimpianto. Non c'è dubbio inoltre che l'eventuale caduta di Berlusconi sarebbe presentata come una sconfitta del suo presunto "populismo", quindi ne deriverebbe un ottimo alibi per farla pagare a carissimo prezzo a quel popolo che - sempre secondo la fiaba imposta da "La Repubblica" - lo avrebbe idolatrato.
In realtà l'ultimo governo Berlusconi è stato già un governo Tremonti mascherato, dato che il ministro dell'Economia è colui che ha assunto tutti i provvedimenti significativi, lasciando al suo fantoccio/prestanome le leggi riguardanti questioni puramente ludiche e ad personam, come il legittimo impedimento, o la possibilità di continuare a dire sconcezze al telefono senza il timore di essere scoperto. Ma la vera impronta politica dell'attuale governo è consistita nell'accelerazione sfrenata delle privatizzazioni, cominciate con la Legge 133/2008 (il Decreto Tremonti, appunto), che ha regalato ai privati i patrimoni immobiliari delle Università e delle aziende idriche.
Il cosiddetto "Federalismo Demaniale" è un'altra creatura di Tremonti, anche se la responsabilità ufficiale è stata lasciata ad una mezza figura come Calderoli. La "riforma della Scuola" porta a sua volta il nome della passacarte Gelmini, ma costituisce anch'essa una spinta alla privatizzazione della Scuola, attraverso il sabotaggio della istruzione pubblica, nella prospettiva della trasformazione delle scuole pubbliche in enti che appaltino il servizio a privati. Al ministro Bondi è stata invece lasciata la responsabilità ufficiale per la privatizzazione degli Enti Lirici e di altri beni culturali.
Nella sua produzione ideologica, Tremonti è riuscito a fare invidia anche alle più scatenate banderuole, ma in fatto di privatizzazioni può vantare invece una altrettanto invidiabile coerenza. Tremonti ha infatti realizzato negli ultimi due anni ciò che non gli era riuscito sei anni fa, cioè mettere le mani sul patrimonio immobiliare pubblico. A suo tempo la Corte dei Conti aveva bloccato il piano di Tremonti di alienare il Demanio dello Stato a favore di affaristi privati. La Corte aveva deciso in base al semplice argomento che non si può svendere un patrimonio alla decimillesima parte del suo valore solo perché all'asta si presenta un solo acquirente che offra una cifra irrisoria.
Stavolta l'ostacolo della Corte dei Conti è stato aggirato con vari espedienti giuridici, come le Fondazioni Universitarie, e le Fondazioni per gli Enti Lirici o per gli Scavi di Pompei. Le Fondazioni sono società miste pubblico/privato, in cui però il privato non ha altra funzione che di rubare, dato che la ricchezza patrimoniale è messa per intero dallo Stato. Anche il Federalismo Demaniale costituisce solo una via traversa per cedere i patrimoni immobiliari pubblici ai privati: i beni demaniali sono stati ceduti a Comuni e Regioni, e questi enti locali si incaricano di "affidarli" a ditte private. Così la Corte dei Conti non può mettere i bastoni tra le ruote, dato che l'affare è di competenza delle autonomie locali e non più dello Stato.
Pochi giorni fa la Corte dei Conti aveva bloccato la privatizzazione della società di navigazione Tirrenia, mettendo allo scoperto che l'affare era viziato dai consueti giochetti: la sottovalutazione del valore patrimoniale della società, ed un'asta a cui si presentava un solo compratore, che rilevava il tutto con quattro soldi. Ma Tremonti non si è perso d'animo, infatti ha fatto commissariare la Tirrenia, l'ha screditata di fronte all'utenza sabotando il servizio, ed ora si prepara a smembrarla ed a cederla pezzettino per pezzettino. Nessuno si stupirà di sapere che anche la Tirrenia possiede, oltre alle navi, anche un patrimonio immobiliare sterminato.
Tremonti dice di essere laureato in Giurisprudenza, ma sei anni fa la sua cultura giuridica si era rivelata decisamente carente, perciò stavolta si è fatto assistere da dei consulenti legali, che gli hanno fornito gli opportuni cavilli per raggiungere l'agognato obiettivo delle privatizzazioni. Nel 2001 Tremonti era riuscito ad imporre la privatizzazione dei patrimoni immobiliari degli enti previdenziali, INPS e INPDAP, ma queste privatizzazioni avrebbero dovuto essere concluse nel 2008, e invece sono andate a rilento per i soliti ostacoli legali; perciò, anche in questo ramo, i consulenti "legali" di Tremonti dovranno escogitare qualcosa.
Il fatto è che non si sono mai verificate nella Storia privatizzazioni "pulite", in cui sia stato rispettato il cosiddetto "profilo della congruità", cioè la corrispondenza del prezzo di acquisto all'effettivo valore del bene acquistato. Nel processo secolare di costruzione della rete di infrastrutture (strade, ferrovie, ponti, acquedotti, ecc.), gli Stati e gli altri enti pubblici hanno dovuto acquisire e valorizzare un enorme patrimonio demaniale. Le ricchezze private, a loro volta, hanno sempre trovato la loro fonte e la loro origine nel furto di questi beni demaniali, ciò attraverso la complicità dei governi o di altri pubblici poteri, i quali spesso hanno continuato ad assistere i ladri anche dopo il furto, permettendo loro di gestire il patrimonio rubato grazie a sussidi, finanziamenti a fondo perduto, sgravi fiscali, ecc.
I ricchi hanno ovviamente avvolto l'origine e i metodi illegali con cui riproducono la loro ricchezza in un alone mitologico e propagandistico, che ne ha occultato il carattere criminale. Questo monopolio ideologico da parte dei ricchi ha finito per condizionare e manipolare le stesse opposizioni socialiste e comuniste, perciò spesso non ci si opponeva al capitalismo reale - quello dell'affarismo criminale assistito dallo Stato -, ma ad un suo fantasma idealizzato. Il senso comune continua così a considerare l'onestà un lusso dei ricchi, ed ignora che in effetti il crimine costituisce l'interesse di classe e la coscienza di classe della borghesia affaristica. Nel 1970 il sociologo/criminologo americano Richard Quinney pubblicò un libro, "La realtà sociale del crimine", in cui, dati alla mano, dimostrava che la stragrande maggioranza dei reati non è commessa da poveri, ma dai ricchi ed, in genere, dai cosiddetti "colletti bianchi", e che però, di questa realtà, non esiste una consapevolezza sociale, proprio a causa della potenza propagandistica dei ricchi.
Allorché un Paese è soggetto ad una pressione coloniale da parte delle multinazionali, la prima preda del colonialismo sono proprio i Demani dello Stato. Non a caso il Fondo Monetario Internazionale pone la privatizzazione dei patrimoni pubblici come prima condizione per i suoi prestiti ai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Ma quando si tratti di Paesi industriali che non dipendono dai prestiti internazionali, come nel caso dell'Italia, il FMI ha a disposizione altre tecniche di colonizzazione, quali l'infiltrazione, la corruzione e la cooptazione delle classi dirigenti. E del resto un Paese come l'Italia, che ha sul suo territorio qualcosa come centoquindici basi militari USA o NATO, certo non può brillare per spirito di indipendenza.
L'anno scorso si è celebrato il ventennale della caduta del Muro di Berlino, e ci è stato detto che dovevamo gioire per la fine del comunismo. Ma poi non ci si è spiegato come mai, dopo le "vittime del comunismo", ci sono state anche le vittime della fine del comunismo, tra cui la "socialdemocrazia europea", lo Stato sociale europeo, e persino l'indipendenza economica dell'Europa, che è stata "terzomondizzata" al punto da diventare una colonia ufficiale del Fondo Monetario Internazionale. Anche mentre farneticava di tesi no-global nelle interviste, Tremonti infatti ha sempre seguito alla lettera l'agenda delle privatizzazioni dettata dal FMI, e ciò costituisce un oggettivo indizio circa il motivo delle sue personali fortune politiche e mediatiche.
Perché allora "La Repubblica" non ci ha detto niente delle privatizzazioni di Tremonti, quando lo ha posto sugli altari?
Sicuramente perché a queste privatizzazioni è interessato anche De Benedetti, il padrone de "La Repubblica" (quando si dice il "conflitto d'interessi"!), ma bisogna constatare che, salvo l'iniziativa episodica di alcuni giornalisti, non esiste in generale un'informazione su questo tema. A posteriori qualche quotidiano ammetterà che la tale o tal'altra privatizzazione è stata fatta in modo sospetto, ma la colpa sarà sempre scaricata sul "capitalismo straccione all'italiana", dato che il dogma delle privatizzazioni in quanto tale non può mai essere messo in discussione. La "libera stampa" costituisce quindi una di quelle mistificazioni di supporto alla mistificazione principale, quella dell'origine "produttiva" della ricchezza privata.
Nel 1992 la conferenza internazionale di Dublino sull'acqua e sull'ambiente stabilì l'ideologia e gli slogan su cui si doveva basare la privatizzazione dell'acqua: l'acqua è un bene sempre più raro e in via di esaurimento, l'acqua ha un costo economico e quindi deve essere soggetta a regole di mercato. Quando si tratti di slogan ufficiali, non ci si deve sforzare molto per capire quale sia la verità dietro il fumo della propaganda: di solito è l'esatto contrario di ciò che ci viene detto.
Sono venti anni infatti che nel mondo non si fanno più investimenti significativi nella conservazione o nello sviluppo delle infrastrutture idriche. Nessuna delle multinazionali interessate al settore idrico, per lo più statunitensi o francesi, ha messo in campo nuove tecnologie contro lo spreco delle risorse. Gli slogan di Dublino (l'acqua è un bene raro, in via di esaurimento, che ha un costo economico), servirono a legittimare l'ingresso delle multinazionali in un settore che andava salvato dalla "irresponsabilità dell'assistenzialismo pubblico". Le multinazionali hanno invece sempre agito come se lo spreco dell'acqua non fosse un loro problema: tutto si è concentrato sul controllo delle risorse. In cosa investono le multinazionali del settore idrico? In ricerca tecnologica? In nuove infrastrutture? In manutenzione e preservazione delle infrastrutture esistenti?
No, niente di tutto questo. Le multinazionali spendono soprattutto in "agenzie di pubbliche relazioni", cioè in propaganda e intossicazione dell'informazione; e infatti nei Paesi anglosassoni sono nate già delle agenzie di PR specializzate nel settore idrico, come l'Aqua PR. Ma ciò vale non solo per le rozze multinazionali statunitensi e britanniche, ma anche per le raffinate multinazionali francesi, come le mitiche Vivendi e Ondeo, le quali hanno dimostrato anch'esse di avere una predilezione per i business "poveri"; infatti, oltre che di acqua, si occupano di smaltimento di rifiuti: tutti business che una volta erano lasciati ai mafiosi.
In Italia le prime "liberalizzazioni dei servizi idrici" (l'ipocrita eufemismo che indica la privatizzazione dell'acqua) avvennero addirittura a metà degli anni '90, ed all'avanguardia fu la "Toscana Rossa", dove i cittadini utenti hanno appreso ben presto che privatizzazione significa solo aumento delle tariffe e dell'incertezza del servizio.
Gli ultimi investimenti nelle infrastrutture idriche italiane risalgono infatti alla fine degli anni '80. Se a quell'epoca le perdite idriche sulla rete assommavano a circa il 50%, oggi questa quota di perdite è stata abbondantemente superata. Le ultime leggi di Tremonti e Ronchi sulla privatizzazione dell'acqua non hanno indicato alcun programma di rinnovamento o adeguamento della rete, né hanno condizionato l'ingresso dei privati nel business-acqua all'impegno di operare questo tipo di investimenti.
Quindi, se l'acqua è un bene in via di esaurimento, comunque ai privati non gliene frega nulla, dato che le multinazionali si comportano come se invece l'acqua fosse inesauribile, e l'unico problema consistesse nell'ottenerne il monopolio (altro che mercato!). Un monopolio da imporre non solo con la forza, ma anche con la propaganda.
In Africa l'acqua è potere, perché in molte aree effettivamente scarseggia, anche se, con le opportune tecnologie, sarebbe reperibile. Ma queste tecnologie le multinazionali si guardano bene dall'applicarle; infatti, dove le risorse idriche naturali sono abbondanti, come nell'America Andina, l'acqua è stata fatta scarseggiare apposta, in modo da tenerne alto il prezzo.
L'idrocrazia ha quindi necessità di creare penuria d'acqua. La scarsità legittima il controllo del territorio, e consente di ricattare e condizionare qualsiasi attività produttiva, a cominciare dall'agricoltura, la quale da sola utilizza più della metà delle risorse idriche. Quindi, chi negli anni '60 parlava di un capitalismo della "post-scarsità", aveva sognato un mondo esistente solo nei fumi della propaganda ufficiale, poiché la penuria e la miseria costituiscono le principali materie prime su cui si fonda il sistema sedicente capitalistico (in realtà affarismo privato assistito dallo Stato).
Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, il Fondo Monetario Internazionale e la consorella Banca Mondiale (i due grandi enti assistenziali addetti a coccolare e vezzeggiare le multinazionali) avevano conquistato il completo controllo dell'economia internazionale. Questo successo fu festeggiato a metà degli anni '90 generando la terza persona della trinità, cioè l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), una vera e propria polizia internazionale del commercio, che veglia contro le "barriere doganali e i protezionismi", etichette di comodo che indicano ogni cosa che possa ostacolare o infastidire la penetrazione coloniale delle multinazionali.
Con la fine del pericolo comunista, la trinità FMI-BM-WTO ritenne che i propri "cocchi di mamma", cioè le multinazionali, potessero dedicarsi finalmente a dei business "di tutto riposo", a bassa concentrazione di investimenti e privi di rischi.
La trovata è stata la "petrolizzazione" dell'acqua, cioè l'applicare all'acqua la propaganda già sperimentata e consolidata nel caso del petrolio; una propaganda per la quale siamo stati tutti già da tempo convinti che il petrolio sia molto costoso e sempre più raro. Infatti lo si chiama "oro nero" per giustificare un prezzo di mercato di ottanta dollari al barile, a fronte di un costo di produzione medio che renderebbe più che remunerativo un prezzo di tre dollari. Certo, era difficile far finta che l'acqua fosse costosa come il petrolio, ma ribattezzandola "oro blu", avvolgendola di angosce emergenziali, si sta riuscendo ad imporre i prezzi e le condizioni che si vogliono. Quando si controllano i governi e i media, nulla è impossibile.
L'acqua è un business di tutto riposo, perché costa poco alle ditte private adottarlo, dato che trovano infrastrutture già pronte per l'uso, pagate con denaro pubblico; ed è un business che risulta remunerativo ancor prima di iniziare, perché consente di dividersi immediatamente le spoglie delle vecchie aziende idriche municipalizzate, ognuna delle quali aveva da parte un suo scrigno del tesoro, cioè un patrimonio immobiliare. L'anno scorso Giulio Tremonti è riuscito, come al solito, a farsi passare da intelligentone, perché, affermando di citare Marx, ha finto di ammonire severamente le banche, sparando la sentenza secondo cui non si può creare denaro dal denaro. Quello di Tremonti era il solito diversivo propagandistico, dato che le banche e tutti gli altri affaristi privati hanno sempre cercato di mettere, per prima cosa, le mani sulla ricchezza reale, cioè sui patrimoni immobiliari. E di questi patrimoni immobiliari le aziende idriche municipalizzate ne avevano davvero tanti.
Pubblicato sul n.27/2010 di Umanità Nova col titolo "Idrocrazia"
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