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"Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea."

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 11/06/2014 @ 08:26:15, in Commentario 2014, linkato 1732 volte)
Poco più di una settimana fa è arrivata una di quelle notizie che i giornali confinano nelle pagine interne, ma che sarebbero invece utili per farsi un quadro realistico dei rapporti di potere in Europa, al di là dei rumori di fondo determinati dalla sedicente "politica" e dal festival degli scandali. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha infatti lanciato la candidatura dell'attuale direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, la francese Christine Lagarde, per la presidenza della Commissione Europea.
La Merkel in tal modo non si è fatta scrupolo di mettere da parte il candidato ufficiale del Partito Popolare Europeo, Juncker, ed ha riaffermato quella propria dipendenza dal FMI che era risultata evidente già dal 2010, nella gestione della crisi finanziaria della Grecia. Fu infatti la Merkel ad insistere ed ottenere che il FMI venisse coinvolto nel "salvataggio" della Grecia, ovvero nella gestione del suo debito. In quella occasione la Merkel operò da vera agente e procuratrice d'affari del FMI.
Nacque così la famosa "Troika" composta dalla UE, dalla BCE e, appunto, dal FMI, il quale ufficializzò così il suo ruolo di attore principale sulla scena europea. Tale ruolo dominante del FMI venne poi sancito definitivamente dal trattato istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità, ai punti 8,12 e 13 della dichiarazione introduttiva ed all'articolo 38. Al punto 8 (otto) della dichiarazione introduttiva si afferma esplicitamente che la partecipazione del FMI è prevista per ogni aspetto tecnico e finanziario della gestione del MES.
La mitica autonomia della politica economico-finanziaria della Germania nei confronti di Washington si rivelava una fiaba già quattro anni fa. Soltanto una tambureggiante campagna mediatica ha potuto perpetuare l'equivoco del predominio tedesco in Europa. L'atto di piaggeria della Merkel verso il suo vero padrone, il FMI, però non ha riscosso gli entusiasmi del presidente francese Hollande, il quale ha dichiarato sfacciatamente che non vi è nessun vantaggio per la Francia a perdere una posizione di potere nel FMI, per andare ad occupare una funzione di mera rappresentanza alla presidenza della Commissione Europea. Insomma, meglio secondi a Washington (dove ha sede il FMI) che primi a Bruxelles. Se Bruxelles conta ancora qualcosa, è solo perché vi si trova la sede della NATO. Non a caso, qualche giorno dopo, la stessa Christine Lagarde ha risposto all'atto di piaggeria della Merkel declinando bruscamente l'offerta di candidatura alla presidenza della Commissione Europea.
Per risolvere l'impasse determinato dalla rinuncia della Lagarde, è spuntato poi nella trattativa il nome di Pascal Lamy, anche lui francese, ed ex direttore del WTO, l'Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ancora una volta, per dare prestigio alla carica di presidente della Commissione Europea, viene proposto un personaggio legato alle organizzazioni internazionali di marca statunitense, come a ribadire che l'Europa non può fare da sola.
Si discute all'infinito di un'Europa "cattiva" della finanza e del "rigore" e di un'Europa "altra", quella "buona", quella della crescita e degli investimenti, di cui Matteo Renzi dovrebbe diventare il leader. Visto che la Merkel ci ha dimostrato in modo così efficace che l'Europa non è né buona né cattiva, ma semplicemente non esiste, allora una nullità come Renzi ne sarebbe davvero il leader ideale.
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Di comidad (del 05/06/2014 @ 00:08:07, in Commentario 2014, linkato 2606 volte)
In base alla parodia del "politically correct" oggi imperante, è assolutamente vietato credere ai complotti, ma è consentito - anzi, caldamente consigliato - di credere alle fiabe. Così all'opinione pubblica è stato narrato in questi giorni di un elettorato talmente spaventato dagli eccessi verbali di un Beppe Grillo in look hitleriano, da correre a rifugiarsi tra le braccia pelose ma rassicuranti di un Matteo Renzi. Alla penna prestigiosa di Eugenio Scalfari è toccato di stilare la versione più "meditata (cioè contorta) della fiaba, ad uso dei lettori più "critici".
Per chi non fosse rimasto comunque soddisfatto dalla versione A della fiaba, ne è arrivata una versione B, ad uso dei lettori più disincantati, a cui piacciono le tinte forti. Si tratta della sempre efficace interpretazione dei fatti in chiave autorazzistica, la cui narrazione è stata affidata stavolta alla sagace dialettica di Dario Fo, reduce dalle campagne militari contro Gheddafi e Assad. Fo ci ha spiegato che il problema consiste in un vizio storico degli Italiani, tanto affascinati dalla menzogna da essere disposti oggi a dar credito persino ad un Renzi.
Sebbene la spiegazione di Fo provenisse da una "voce amica" del Movimento 5 Stelle, Grillo ha rinunciato a ripiegare nel colpanostrismo italico, e si é apparentemente deciso a rompere la gabbia di quel finto "politically correct" che impedirebbe di credere all'esistenza del nemico. Nella giornata di lunedì, infrangendo il clima delle paciose e militaresche celebrazioni del 2 giugno, Grillo ha infatti esplicitamente parlato di brogli ai danni del suo movimento. Lo ha fatto, come sempre, con scarsa lucidità, facendo appello ad un exit poll di provenienza nientemeno che britannica, e perciò da ritenere, chissà perché, più attendibile.
In realtà Grillo non può aver pensato seriamente all'eventualità di un sorpasso ai danni del PD. Soltanto in base ad una concezione idealizzata della democrazia, si può credere che possa risultare determinante il voto d'opinione, mentre invece è sempre il voto controllato a fare la differenza. Da oltre un anno e mezzo era chiaro che quelle baronie del voto, che avevano abbandonato Bersani al suo destino, erano rientrate all'ovile per sostenere la candidatura di Renzi, appoggiata sempre più apertamente dal viceré della NATO in Italia, Giorgio Napolitano.
Ma anche con il rinnovato appoggio dei baroni del voto, rimane comunque il problema di quell'irrealistico 41% raggiunto dal PD alle ultime elezioni, una quota che presupporrebbe che l'astensionismo record abbia intaccato l'elettorato di tutti i partiti, tranne quello del PD. Grillo ha fatto quindi benissimo a non farsi spaventare dagli ovvi confronti con le vittimistiche recriminazioni del Buffone di Arcore nel 2006, ed a denunciare chiaramente l'eventualità di brogli. Sennonché, mentre lo faceva, già ne minimizzava i termini andando a prospettare un'indagine nelle tradizionali sezioni "rosse", prendendosela con gli scrutatori, e proponendone addirittura una schedatura.
I brogli nelle sezioni elettorali sono sempre avvenuti, ma non sono mai stati in grado di spostare i milioni di voti. L'Italia non è come gli Stati Uniti, dove non è mai esistita un'anagrafe elettorale, e quindi del risultato elettorale si è sempre potuto fare ciò che si voleva. In Italia per attuare brogli di grande portata occorre controllare gli archivi elettorali sia al centro che alla periferia, sia al Viminale che nei Comuni. Brogli del genere erano tecnicamente impossibili sino al 2007, anno in cui è stata varata la Legge 124/2007, che all'articolo 13 comma 2 consente ai servizi segreti, sia civili che militari, di accedere a tutti gli archivi informatici delle pubbliche amministrazioni e degli enti che in qualche modo vi collaborino.
Solo controllando tutti gli archivi informatici si possono infatti colmare le discrepanze tra i dati del Viminale e le anagrafi elettorali dei Comuni. Adesso inoltre esistono software capaci di trasformare gli "zero virgola" sparsi in milioni di voti spostati, perciò in Italia i brogli su larga scala sono diventati tecnicamente possibili; e l'esperienza insegna che se una cosa è possibile, prima o poi viene fatta.
Grillo non ha veramente rinunciato a recitare la solita parodia del politically correct, poiché ha puntato il dito esclusivamente contro il PD e contro quei "due di coppe" che sono gli scrutatori, guardandosi bene dal tirare in ballo le responsabilità degli apparati istituzionali. In definitiva, colui che i media fanno passare come il grande destabilizzatore, ancora una volta non se l'è sentita di delegittimare tutto il sistema e di demistificare il mito della "democrazia occidentale". Forse perché ciò avrebbe potuto mettere in questione anche la sorprendente perfomance elettorale del M5S nel 2013, grazie alla quale Napolitano ha potuto mettere fuori gioco Bersani per dare avvio alle irresistibili fortune di Renzi.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


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