Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Prefazione di Alessandro De Cesaris
Dal Farmaco alla Bibita
Del Rimedio in Filosofia
You spend your whole life thinking you’re not getting it, people aren’t giving it to you.
Then you realize they’re trying, and you don’t even know what it is.
Mad Men, episodio 92. That’s it.
Coca-Cola
Non una sete qualsiasi.
Nell’episodio finale della serie americana Mad Men il protagonista, Donald Draper, riesce a risolvere il conflitto che aveva dominato la sua intera esistenza: non c’è infatti alcuna contraddizione tra verità e menzogna, o tra giustizia e felicità, se la verità non è altro che un prodotto, e la giustizia non è che il diritto di scegliere costantemente questo prodotto, di dirigerne la fabbricazione e il confezionamento, in accordo con uno dei miti fondanti dell’immaginario statunitense e occidentale, quello dell’uomo che sa cosa vuole.
E allora Draper – un pubblicitario di successo della celebre agenzia McCann Erickson – torna a Madison Avenue e crea lo spot più famoso della storia: su una collina italiana centinaia di giovani di tutte le nazionalità guardano verso l’orizzonte con in mano una bottiglia di Coca-Cola, intonando un motivetto i cui versi inneggiano all’amore universale. È uno spot rivoluzionario, se si considera che le istanze del multiculturalismo erano in quegli anni ancora fortemente osteggiate. Eppure, in questa celebrazione delle differenze di pelle, di abbigliamento e addirittura di linguaggio – come si nota dalle diverse etichette della bibita, stampate in tutti gli alfabeti –, ciò che emerge è l’unità più profonda ottenuta grazie alla magia della Coca-Cola. Lo stesso ricorso all’estetica hippie non stride, se si considera che – anche se solo a un primo sguardo – le istanze del capitalismo sembrano essere le stesse della contestazione: l’abbattimento delle barriere politiche e la liberazione del desiderio. Nello spot, dunque, la Coca-Cola si propone al tempo stesso come artefice di questa nuova fratellanza universale – uniti nella sete – e oggetto del desiderio collettivo: “It’s the real thing / What the world wants today”.
Eppure, il paradosso della Coca-Cola è noto: più la si beve, più si ha sete. Slavoj Žižek lo associa ad altri due paradossi: più si è ricchi, più si è avidi, e più si obbedisce alla propria coscienza, più ci si sente in colpa. In questo meccanismo si fa strada un’inversione fondamentale: la CocaCola è una bibita la cui funzione non è placare la sete, ma produrla , anzi produrre una sete che nessun’altra bevanda può estinguere, dal momento che è sete di Coca-Cola. Nella bevanda statunitense, nota ancora Žižek, si manifesta al massimo grado l’enigmatica natura di “surplus spirituale” propria della merce , eppure, potremmo dire, anche una caratteristica essenziale della dinamica capitalista, ossia la necessità che il bisogno sia un prodotto allo stesso modo di ciò che deve soddisfarlo. Come lo spot del 1971 suggerisce, il desiderio deve essere uniforme affinché si dia il mondo prospettato dalla Coca-Cola: eppure, ironicamente, si tratta di un mondo in cui è la sete stessa a essere venduta sotto forma di bibita.
La metafora della sete, dunque, tradisce la natura autoreferenziale, circolare della società capitalista del secondo dopoguerra: è la condizione dello stesso Don Draper, che trascorre gli anni migliori della sua vita affermandosi come self made man – scegliendo addirittura la propria identità – ma al tempo stesso ignorando ciò che desidera. La mancanza di un obiettivo, di un vero oggetto del desiderio, il suo bere e masturbarsi attraverso i corpi di innumerevoli donne gli sembra un’inevitabile caduta nella menzogna. Il suo lavoro non gli offre una soluzione, finché egli non accetta che la menzogna non esiste, perché non esiste la verità: il mondo può unirsi sotto lo stendardo di una bibita gassata – United Colors of Coca-Cola – perché in fondo la felicità coincide con il desiderio, e l’unica differenza è tra coloro che lo creano e coloro che lo ricevono già confezionato attraverso i canali pubblicitari.
In questo scenario, la risposta dei situazionisti appare dirompente: vogliamo tutto. Ciò significa il rifiuto di omologarsi ai desideri imposti dall’industria e dai media, ma ancora più radicalmente, il tentativo di disancorarsi dal modo in cui quella società aveva inteso il desiderio stesso. Di fronte alla seduzione circolare della Coca-Cola, la contestazione tenta di ripensare la sete.
In questo tentativo, d’altronde, viene rimessa in gioco l’essenza della filosofia stessa. Il filosofo non dovrebbe mai, almeno non in primo luogo, dare un giudizio di valore sui fenomeni individuali esperibili nella società e nel mondo, ma piuttosto interrogarsi sulle condizioni di possibilità del darsi di quei fenomeni stessi. La critica viene così condotta su un terreno più radicale, in cui si cerca di trovare nuove risposte alla domanda sull’essenza del desiderio e della felicità, ma al tempo stesso ci si interroga sul ruolo della filosofia. Che tipo di bibita deve essere la filosofia, al fine di rispondere alla nuova sete? Ma soprattutto, occorre chiedersi, si dà il caso che la filosofia sia una semplice bibita?
Aporia del rimedio.
Il pensiero filosofico ha sempre intrattenuto uno stretto rapporto con la medicina. Il filosofo è innanzitutto un terapeuta, un uomo capace di fornire un rimedio contro uno specifico tipo di mali: la paura, il dubbio, l’inganno. Il rimedio filosofico è innanzitutto un pharmakon: eppure già nel Fedro di Platone traspare in filigrana la natura ancipite della medicina filosofica. La scrittura, quello strumento che Platone condanna, ma cui fa al tempo stesso costantemente ricorso, appare come un pharmakon per la memoria, ma ne causa in realtà l’indebolimento. Schleiermacher tradurrà l’espressione con la parola tedesca Mittel, dando il via a una riflessione sui media che spesso sottolineerà la natura ambigua di ogni strumento. Nel linguaggio di McLuhan: ogni estensione è al tempo stesso una amputazione. La scrittura è male perché non estende realmente la nostra memoria, ma si limita a fornirci una protesi esterna di essa; nel far ricorso alla parola scritta rimaniamo dipendenti da qualcosa al di fuori di noi. Ciò fa della scrittura un falso pharmakon: la vera medicina filosofica è quella che ci libera dalla nostra dipendenza dall’altro.
È proprio per questa ragione che la filosofia è spesso stata nemica del desiderio: come nota Judith Butler, il desiderio ha sempre costituito un oggetto scabroso per la filosofia, ciò che sembra mantenere l’uomo ancorato alla propria condizione animale, terrena, finita. La filosofia, invece, viene interpretata come un’operazione che libera l’individuo da queste catene, e lo rende finalmente autonomo, compiuto. Se il desiderio incarna la nostra apertura verso l’esterno, il nostro inarrestabile tendere verso l’altro, allora la medicina filosofica deve essere innanzitutto una forma di sedativo, un rimedio che ci aiuti ad amministrare, diminuire, estinguere il desiderio stesso. Senz’altro a questa operazione si accompagna il battesimo di un nuovo tipo di desiderio, l’amore per il sapere, il desiderio di conoscenza. Purtroppo questo nuovo desiderio può solo aggiungersi al vecchio, mai sostituirlo.
E tuttavia, se il desiderio costituisce la nostra essenza, se questa finitezza, questo Streben è l’elemento costitutivo del nostro essere al mondo, allora questo modo di interpretare la filosofia non può non apparire come una strana violenza: il pharmakon è medicina che cura, ma al tempo stesso veleno che stravolge. La stessa pretesa che l’uomo sia davvero se stesso solo nel perseguimento di una vita contemplativa non può non apparire come una curiosa mutilazione – una amputazione, appunto – della natura umana. Soprattutto, si tratta di un’operazione che sopraggiunge dall’esterno, un intervento invasivo che non scaturisce da ciò che siamo, ma da un’imposizione aliena e – per ciò stesso – artificiosa. Come si accenna nello scritto sull’Illuminismo di Kant, nell’obbedire all’imperativo di mortificare la nostra natura desiderante rimaniamo dipendenti dal filosofo come il paziente dal medico.
In questo senso, che la Coca-Cola sia nata come una medicina è al tempo stesso opportuno e paradossale. Il meccanismo circolare da essa innescato, infatti, è identico alla dinamica farmacologica classica: da un lato la relazione dell’individuo con il prodotto diventa necessaria, dall’altro questa relazione sembra restituire autonomia, escludendo qualsiasi altro rapporto in una dinamica fagocitante ben nota a chi acquisisce una dipendenza: si smette di bere acqua, si bevono solo bollicine. La circolarità della nuova società capitalista è bulimica, nel produrre bisogni interni oblitera qualsiasi minaccia esterna, come Žižek spiega molto bene parlando del nuovo mercato culturale e della sua capacità di assorbire lo shock come un elemento propulsivo, in cui si produce un corto circuito dialettico tra esterno e interno .
Questa dinamica è la stessa che Guy Debord denuncia nel suo La Società dello Spettacolo. Non si può dire che il desiderio sia uno dei temi fondamentali dell’opera, eppure alcune affermazioni debordiane confermano il discorso sviluppato in queste pagine: l’alienazione propria della società dello spettacolo consiste infatti nell’atto con cui lo spettatore si riconosce nell’immagine, la introietta pur essendo quest’ultima qualcosa di esterno . La dinamica propria dello spettacolo conduce al raggiungimento di una falsa autonomia, di una falsa liberazione dal desiderio. A quest’ultimo, infatti, si contrappone lo pseudo-bisogno , motore pulsante di una società in cui «la merce contempla se stessa in un mondo che essa stessa ha creato».
È così che Debord può dire che a questa dinamica si contrappongono «la coscienza del desiderio» e «il desiderio della coscienza», una società in cui lo sviluppo dei bisogni e dei desideri segua il corso naturale della vita animale e spirituale dell’uomo, senza che quest’ultimo sia mortificato dalla ipertrofia di un sistema in cui il desiderio stesso viene accresciuto fino a farsi colossale.
Una nuova idea di felicità.
Sulla base di tutto ciò la proposta di Gianfranco Marelli non può più essere considerata un semplice orpello retorico. L’immagine della bibita, che segna le prime battute del testo e lo accompagna fino alla fine, non ha l’obiettivo di rendere il discorso più accattivante o evocativo, ma piuttosto di segnalare la principale novità del Situazionismo in relazione ai temi che abbiamo appena considerato: il pensiero della rivoluzione non può essere una medicina amara, imposta da uno specialista autoritario; è una bibita, scelta liberamente da chi possiede la giusta sete, quella sete che solo il «gusto aspro» della svolta situazionista poteva placare.
Placare, scrive Marelli, non estinguere. Nella sua presentazione, infatti, il Situazionismo procede nel costante tentativo di disancorarsi da due prospettive opposte, ma ugualmente fatali. Da un lato il capitalismo produttore di bisogni, che inibisce il desiderio e lo incatena in questo eterno circolo autoreferenziale; dall’altro il pensiero filosofico tradizionale, che intende la felicità come estinzione del desiderio, sia ciò nel senso della sua soddisfazione o del suo superamento. Il problema, invece, non è l’estinzione del desiderio, ma piuttosto il rifiuto di un paradigma in cui il desiderio stesso è ridotto alla vuota forma di se stesso.
Nello smarcarsi da questa alternativa, tuttavia, non si intende nemmeno accettare il desiderio come sigillo ineliminabile della finitezza dell’uomo, come destino che ne decreta il fallimento; al contrario, il desiderio è ciò che libera l’uomo e lo caratterizza nel suo vivere disalienato. È questo il significato fondamentale del binomio menzionato poco più sopra, quello tra la coscienza del desiderio e il desiderio della coscienza: il nostro bisogno di soggettività, di ritrovare la nostra umanità più autentica, può essere soddisfatto solo nel nostro comprenderci come enti costitutivamente desideranti, aperti al mondo e all’altro in una relazione che produce la possibilità stessa della nostra libertà e della nostra felicità.
In tutto questo, bisogna precisare, il Situazionismo non viene affatto descritto come una riflessione teorica sul desiderio. In quegli stessi anni altri pensatori stavano muovendosi su questo terreno, tentando di ripensare il desiderio in senso produttivo e positivo. Su tutti Gilles Deleuze, la cui filosofia – forte di una brillante lettura di Spinoza e Nietzsche – intendeva rivalutare il desiderio contro il pensiero hegeliano, o almeno contro una certa lettura di esso. I situazionisti, al contrario, associano alla riflessione critica sulla società contemporanea una serie di pratiche di vita, in cui la «distruzione dell’idea borghese di felicità» non si costituiva come polemica teorica, ma come alternativa esistenziale concreta. Quella situazionista appare dunque come una forma di iperpolitica, ossia una forma di superamento della normale dimensione dello scontro pubblico, in cui un ruolo di primo piano è riservato alla vita quotidiana.
È qui che il procedere dei situazionisti rivela il proprio sospetto nei confronti del modello socialista, in cui – usando un’espressione benjaminiana – la risposta all’estetizzazione del politico di marca fascista era stata la politicizzazione dell’arte. Anche qui, sembra che il rimedio sia peggiore del male: la risposta situazionista, ancora una volta, è quella di smarcarsi dalla morsa dell’alternativa concependo, da un lato, l’esigenza di un’arte di vivere in cui è l’essere umano stesso, nella sua quotidianità, a riprodursi creativamente, e dall’altro l’esigenza di superare l’arte, la cui natura stessa la esponeva costantemente al pericolo di essere inglobata nel meccanismo fagocitante dello spettacolo, sostituendo così alla rivoluzione lo spettacolo della rivoluzione.
Mantenere un equilibrio tra queste tre anime complementari del Situazionismo – l’arte, la sperimentazione pratica di nuove forme di vita e la teoria politica – era ovviamente quasi impossibile. Come verrà più volte ricordato, il progetto situazionista non si è realizzato.
Eppure, se nel suo primo testo sull’Internazionale Situazionista Gianfranco Marelli si dedicava approfonditamente a un’analisi del movimento, della sua genesi, della sua storia e della sua amara sconfitta, mi sembra che lo spirito di questo suo nuovo testo sia di segno opposto, quasi alla ricerca di una complementarità: pur raccontando i tratti essenziali di un percorso storico, questo saggio sembra voler ricordare al lettore di oggi che altre strade rimangono praticabili, che un’alternativa è possibile. Un saggio scritto per il giorno e l’ora, in risposta all’allarmante piattezza di una società digitale in cui i tratti denunciati dai Situazionisti hanno trovato non solo conferma, ma anche terreno per mettere radici profonde. Ancora più a fondo, sembra che l’intento sia riaffermare la possibilità del possibile stesso, ossia la possibilità del futuro, della liberazione dal circolo vizioso in cui la sete di Coca-Cola ci ha gettati, e in cui è il tempo stesso a piegarsi su se stesso in un presente sempre uguale a se stesso10. È a causa di questa condizione che la riflessione teorica – presente nelle opere di filosofi come Slavoj Žižek o Byung-Chul Han – non può essere sufficiente: accanto alla teoria critica abbiamo bisogno di una pratica critica. In questo senso, allora, il titolo del libro descrive con precisione la sua natura: attraverso il racconto dell’esperienza passata del Situazionismo ci viene offerta una nuova bibita, dal sapore certamente aspro, ma capace di ricordarci di una sete diversa. Gianfranco Marelli ci mostra – con le sue parole, ma non solo – che un altro agire è possibile, che ogni vita può essere una rivoluzione.
Alessandro De Cesaris
Gianfranco Marelli – Una bibita mescolata alla sete – BFS Edizioni
Uno dei fantasmi mediatici più accreditati è quello del “grande comunicatore”, un titolo che per la prima volta fu elargito negli anni ‘80 al presidente USA Ronald Reagan. In realtà le pubbliche esibizioni di Reagan erano penose, tali da lasciare annichilito l’uditorio, subissato di barzellette demenziali e di tirate di retorica patriottica prive di riscontro in un’epoca che era già di disincanto. L’omertà giornalistica provvedeva però a far credere che la comunicazione reaganiana fosse superlativa, perciò ciascuno veniva a trovarsi nella condizione della favola dei vestiti dell’imperatore: io non li vedo ma gli altri sì. In Italia il titolo di “grande comunicatore” è stato altrettanto abusivamente affibbiato prima al Buffone di Arcore ed, oggi, a Matteo Renzi. Se poi si considera che il potere, quale che sia, ha una rendita di posizione che gli consente di riscuotere automaticamente consenso, tutti i personaggi citati non sono mai riusciti ad andare oltre il minimo garantito da quella rendita di posizione, perciò per loro, all’appellativo di “grandi comunicatori”, andrebbe preferito quello più consono di “squallidi imbonitori”.
L’omertà mediatica ha però appena stabilito che sia stato Renzi a vincere il confronto televisivo con il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, e ciò appunto per le sue presunte “doti di comunicatore” nei confronti di un avversario sprovveduto in quel campo. Uno dei più decisi a proclamare la vittoria di Renzi è stato l’editorialista Eugenio Scalfari, il quale però, con la sua consueta goffaggine, ha fatto scoprire quali siano gli aspetti reconditi di tutta la questione della revisione costituzionale voluta dal governo; aspetti che non riguardano i confusi contenuti della riforma, bensì il messaggio subliminale che li accompagna. Scalfari ha infatti contestato a Zagrebelsky di contrapporre democrazia ed oligarchia, mentre, secondo lo stesso Scalfari, i due concetti sarebbero complementari. Per dimostrare l’assunto, l’editorialista di “Repubblica” ha fatto ricorso a tutte le sue approssimative reminiscenze scolastiche, comprese le Repubbliche Marinare, un argomento a cui si attribuiva gran peso nell’istruzione elementare di una volta.
Sarebbe stato più serio dire che la democrazia non esiste e che ci sono solo oligarchie, ma la tirata scalfariana ha il senso del fumo del diversivo, dato che è noto che Scalfari pensa a ben precise oligarchie, cioè al commissariamento dell’Italia da parte della troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale), cioè un’oligarchia che si legittima come “salvatrice” nei confronti di “emergenze” che essa stessa ha creato. Scalfari si è reso conto che parlare esplicitamente di troika” era troppo “hard”, quindi ha camuffato il concetto con la proposta del ministero del Tesoro europeo, una misura che la Germania non accetterebbe mai, ma che può costituire un’insinuante pulce nell’orecchio dell’opinione pubblica italiana, da abituare all’idea di un governo estero. Del resto nel 2011 anche Mario Monti, dalle colonne del “Corriere della Sera, fece appello alla sua vacillante preparazione liceale sulla storia comunale per proporci l’idea di un “podestà straniero”.
Un’opinione pubblica distratta dalla scadenza referendaria non è che in minima parte consapevole del fatto che il commissariamento da parte della Troika rappresenta oggi una prospettiva concreta per l’incombere dell’emergenza della crisi bancaria. Lunedì scorso il ministro dell’Economia Padoan ha organizzato una riunione a porte chiuse dei vertici bancari per affrontare la questione della ricapitalizzazione degli istituti di credito, ma i margini sono strettissimi a causa del “bail in” e delle continue ingerenze della Banca Centrale Europea, pronta a inventarsi sempre nuove condizioni.
Un commentatore con i crismi dell’ufficialità come il giornalista Massimo Mucchetti, si è concesso di andare al cuore del problema ricordando che quando alla fine del 2015 il governo ha deciso arbitrariamente di anticipare di alcuni mesi l’entrata in vigore del “bail in”, quella che allora era semplicemente la crisi di quattro avventuristiche banche di provincia, ha assunto le dimensioni di una crisi di sistema. Per la precisione, Mucchetti non ha nominato il governo, ma ha parlato di “errore dell’Italia”. La personificazione di concetti astratti è un consolidato espediente per evitare di individuare le responsabilità, ma il dato di fatto non cambia: l’emergenza non c’era e “qualcuno” l’ha creata artificiosamente.
Se invece il governo avesse deciso semplicemente di salvare le quattro banche senza coinvolgere i risparmiatori, non si sarebbe compromessa la raccolta di risparmio degli altri istituti di credito. Il “bail in” sarebbe entrato in vigore tranquillamente dal 1° gennaio successivo senza che nessuno se ne accorgesse e gli investitori avrebbero continuato a comprare obbligazioni ed azioni bancarie, senza peraltro rischiare più di tanto. A parte Monte dei Paschi di Siena, nessuna banca italiana ha problemi di titoli derivati; inoltre le tanto enfatizzate “sofferenze” hanno anche fruttato parecchio alle stesse banche in termini di acquisizione di patrimoni immobiliari dei debitori.
Il governo ha quindi creato la crisi ed il panico senza che nessuna situazione oggettiva lo giustificasse e senza che nessuna regola lo obbligasse a farlo. Si può supporre che Renzi sia stato “consigliato” da qualcuno (il solito Mario Draghi?), ma queste sarebbero speculazioni. Il punto è che Renzi e Padoan hanno posto le basi per una crisi istituzionale, altro che “riforma costituzionale”.
Esistono leggi per sanzionare questi comportamenti criminali dei governi? In teoria sì, perché Renzi potrebbe essere imputato di vari reati, a cominciare da quelli di abuso di potere e di aggiotaggio; di fatto però la magistratura non riesce a concepire i reati della politica se non nella forma primitiva dell’intascare tangenti. Il reato di diffondere informazioni false o esagerate per determinare finte emergenze utili a certe lobby sovranazionali, non rientra nella forma mentis (o negli interessi personali) degli inquirenti.
A proposito del lobbying occulto (ma mica tanto occulto) di Renzi, va registrata, una volta tanto, un’iniziativa più che pertinente dei parlamentari 5 Stelle, i quali hanno annunciato un esposto alla Procura di Roma per segnalare lo strano nesso consequenziale tra gli annunci di Renzi sulla ripresa del progetto del ponte sullo Stretto di Messina e gli incrementi del titolo in Borsa della multinazionale edile Impregilo, cioè l’azienda che da decenni tiene in ostaggio le casse dello Stato con quel finto progetto. Anche in questo caso infatti l’intento renziano di manipolare il mercato borsistico a favore di “qualcuno” è risultato palese. Non che gli esposti siano in grado di spostare le abitudini della magistratura, ma costituiscono comunque un mezzo per mettere in evidenza l’inerzia della stessa magistratura quando si tratti di reati legati al lobbying occulto.
L’impunità dei lobbisti occulti regna sovrana ovunque, persino quando vengono sbugiardati ufficialmente nelle loro mistificazioni, ciò persino nella “civilissima” Gran Bretagna. La commissione esteri del parlamento britannico ha accertato che l’intervento militare in Libia del 2011 è stato deciso dal governo Cameron con motivazioni infondate e addirittura false, paventando persino un inesistente pericolo per cittadini britannici residenti in Libia. Quindi tutto falso, così come era già stato per l’intervento militare di Blair nel 2003 in Iraq. Ma ciò ovviamente non comporterà l’imputazione di Cameron o di Blair per alto tradimento e neppure per lobbying occulto a favore della multinazionale BP.
Mai sottovalutare l’irresponsabilità dei privilegiati.
Non si diventa “fintosinistra” dalla sera al mattino perché è caduto il Muro di Berlino, c’erano da prima le premesse ideologiche per svuotare di senso i partiti “difensori del lavoro” e per soppiantare i loro gruppi dirigenti. Prima di soppiantare i gruppi dirigenti, si era già soppiantata l’ideologia. La sinistra è stata permeata da quell’untuoso umanesimo che considera il crimine come l’effetto di uno svantaggio sociale, di un disagio sociale o di una mancata educazione sociale. Insomma, si spreme una lacrimuccia sulla sorte dei poveri, ma poi i potenziali criminali vengono sempre individuati solo tra i poveri. Il problema è che invece il crimine è un rapporto sociale che si insedia nella stessa gestione della legge e del potere. La prassi del criminale dal colletto bianco non sta soltanto nel sottrarre una ricchezza non propria, ma nell’allestire lo spettacolo sociale della svalutazione e del deprezzamento di quella ricchezza per farla apparire come una miseria da “soccorrere”. Così è sempre stato fatto per il lavoro, ma oggi si va a coinvolgere persino istituti bancari.
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