Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Salvini ha potuto pavoneggiarsi per la cattura ed estradizione di Cesare Battisti ma, anche in questo caso, egli è andato solo a riscuotere il favore che in questi anni gli ha fatto la sedicente “sinistra”. Sono stati infatti i partiti e la stampa di “sinistra” ad alimentare per quaranta anni il clima di odio e di regolamento di conti contro i movimenti degli anni ’70, trasformando in “terroristi” personaggi nei confronti dei quali vi erano solo sospetti. Si è assistito così ad una sorta di maccartismo di “sinistra”, generato dapprima dal vecchio PCI contro i suoi concorrenti a sinistra e che ha coinvolto poi l’intero sistema politico, in tutte le sue ridenominazioni, in modo assolutamente trasversale.
Le prove sono state fabbricate attraverso dubbie testimonianze ed artifici giuridici come il “concorso morale”. Il castello accusatorio ha retto grazie all’omertà giudiziaria, in base alla quale ogni magistrato confermava acriticamente quanto avevano fatto gli inquirenti precedenti. Ma neanche l’omertà giudiziaria sarebbe bastata se a criminalizzare i dubbi non fossero intervenuti ogni volta i leader e i quotidiani di “sinistra”, i quali hanno inventato a supporto addirittura una nuova aristocrazia del sangue: i ”Parenti delle Vittime”.
Ora è la destra a conseguire gli allori per tutta questa opera di vendetta sociale, potendosi magari permettere di accusare la stessa “sinistra” di non aver saputo consegnare Battisti alla Giustizia perché “connivente”. Regolamento di conti su regolamento di conti. L’ex Presidente della Repubblica Napolitano, che di Battisti è stato uno dei principali persecutori, ha cercato in questi giorni di prevenire le accuse scaricando tutte le “colpe” su Lula.
Un atto davvero vile, se si considera che Lula è in carcere in Brasile per inconsistenti imputazioni di corruzione. Questa precipitosa “excusatio”, con tanto di “accusatio” annessa, non ha ottenuto altro che di esporre maggiormente Napolitano agli strali della destra. Chi di malafede ferisce, di malafede perisce.
Le torve buffonate del ministro degli Interni e del ministro della Giustizia, la loro esibizione del detenuto come un trofeo, hanno suscitato le reazioni scandalizzate di un giornale di destra a diffusione condominiale come “Il Foglio” (da “sinistra” non si sarebbe mai osato tanto). D’altra parte, in una campagna d’odio durata quasi quaranta anni, appare adesso un po’ ipocrita lamentarsi per la circostanza che, dopo aver fatto trenta, si sia fatto anche trentuno.
Si sta preparando un clima di regolamento di conti anche contro gli attuali “terroristi” in pectore, cioè i cosiddetti “Gilet Gialli”. Mentre Macron finge delle “aperture al dialogo” che non promettono nulla di buono, i media rilanciano intanto video in cui si vedono giornalisti picchiati dai manifestanti francesi; dimenticandosi ovviamente del ruolo delatorio e mistificatorio degli stessi media, che rilanciano sistematicamente immagini colpevolizzanti, decontestualizzandole completamente dalla situazione di provocazione poliziesca in cui si sono sviluppate. Anche in Italia si è assistito alla esposizione al pubblico ludibrio mediatico di una povera insegnante, le cui reazioni scomposte sarebbero state pienamente comprensibili, se valutate come effetto del trauma psicologico causato dalla visione di un pestaggio poliziesco.
Quando fa comodo al potere, anche il “complottismo” può essere riabilitato. Il governo francese ha infatti approfittato prontamente delle goffe avances di Luigi Di Maio ai Gilet Gialli, per accusare tutto il movimento di essere
finanziato e fomentato dall’estero.
In realtà l’insurrezionalismo fa parte della tradizione ed anche dell’orgoglio nazionale francese e, non a caso, i moti di piazza sono stati santificati ed iconizzati da Victor Hugo nel romanzo “I Miserabili”. Ma quando cominceranno i regolamenti di conti in Francia, neppure Victor Hugo se la passerà tanto liscia. Del resto a suo tempo Eugenio Scalfari, nel suo furore anti-brigatista, una volta si spinse a criminalizzare persino Sofocle, dicendo che la tragedia “Antigone” difende il terrorismo.
I “Gilet Gialli” costituiscono un fenomeno socialmente ed ideologicamente composito e quindi ancora indefinibile. Tutti i movimenti insurrezionali hanno infatti il fiato corto: più passa il tempo, più risulta facile reprimerli e criminalizzarli, mistificandone l’immagine. I media stanno già preparando il clima per il regolamento di conti che, con tutta probabilità, si cercherà di proseguire negli anni a venire, anche quando il movimento sarà solo un ricordo.
Sono comunque chiare le motivazioni del movimento, in particolare l’insofferenza al lobbismo mascherato da politica, cioè degli interessi dei potentati che si spacciano come innovazione e progresso attraverso tecniche pubblicitarie. In Italia il lobbismo mascherato da politica è stato identificato nella persona di Renzi, il quale però ha generosamente offerto con il referendum costituzionale l’occasione per concentrare e sfogare l’insofferenza nei suoi confronti.
A sua volta Macron aveva cercato di spacciare l’ennesimo aumento delle accise sulla benzina - e l’ennesimo trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi -, come una tassa “ecologica”. Il lobbismo di Macron e della finta politica in genere costituisce il bersaglio chiaro ed evidente della protesta. L’individuazione di questo bersaglio costituirà probabilmente il lascito duraturo dei Gilet Gialli anche quando il movimento si sarà esaurito.
Prima ancora che vi fosse la “insurrezione” dei sindaci contro il Decreto Salvini, vi era già stata l’iniziativa del segretario del PD, Maurizio Martina: il lancio di
un referendum abrogativo in coincidenza con i tavoli delle elezioni primarie del partito. Ad una prima analisi, l’idea di Martina sembra ripercorrere i consueti sentieri suicidi di marca PD, con la prospettiva più che certa di regalare a Salvini una vittoria referendaria con un 80% di percentuale.
Salvini ha saputo sfruttare sul piano elettorale la psicosi migratoria, ma non si può dire che sia stato lui a crearla, dato che non era certo la Lega a controllare i media. Nell’alimentare la psicosi, il PD ha fatto invece egregiamente la sua parte, proponendo una narrazione sulla migrazione basata su un assunto tanto apocalittico quanto paradossale nelle sue conclusioni: masse sterminate di migranti scappano dalla miseria e dalle guerre invadendo l’Occidente, ma tu non devi essere razzista. A periferie pauperizzate dall’austerità si prospetta quindi sia la concorrenza di immigrati più poveri di loro, sia un esame di “animabellismo” per dimostrare di essere immuni da sentimenti xenofobi. Se almeno questo “animabellismo” fosse coerente e consequenziale, ci si potrebbe anche regolare; ma il PD da un lato predica la sottomissione ai “Mercati” in nome della legge del più forte, poi dall’altro lato predica l’accoglienza dei migranti in nome del rispetto del più debole. È un notevole stress propagandistico per le masse povere dell’Europa e Salvini dovrebbe ringraziare per il bel regalo elettorale.
In realtà il fenomeno migratorio moderno è fondato su un business finanziario globale legato ai prestiti ai migranti (i “migration loans”) ed ai circa cinquecento miliardi annui di rimesse dei migranti verso i loro Paesi di origine. Su queste umili rimesse fiorisce non solo il business delle provvigioni per i trasferimenti da un paese all’altro, ma anche una messe di prodotti finanziari derivati, come le famigerate
“cartolarizzazioni”. Il business è stato curato e gestito, sin dai suoi inizi ed in tutti i suoi dettagli, dalla Banca Mondiale, quindi non c’è assolutamente nulla di spontaneo.
La condizione essenziale del business è perciò che il legami dei migranti con la madre patria non siano mai recisi, altrimenti non soltanto cesserebbero le rimesse, ma si priverebbero i miseri guadagni dei migranti dell’effetto moltiplicatore del potere d’acquisto dovuto al cambio in valute più deboli; quindi i migranti non sarebbero più in grado di ripagare gli interessi sui debiti. Si tratta di debiti contratti non solo con le “mafie” locali, ma soprattutto con “rispettabilissime” ONG, a loro volta finanziate da grandi gruppi bancari.
Il business migratorio non prevede, anzi esclude, l’integrazione perciò invasione e sostituzione di popolazione sono fantasmi che servono a coprire e mistificare la dimensione del circuito di sfruttamento finanziario legato alla migrazione e ad evitare che ciò sia contrastato nel solo modo utile, cioè attraverso un controllo/contrasto nei confronti dei movimenti di capitali. Per disincentivare gli organizzatori della migrazione basterebbe nazionalizzare il meccanismo delle rimesse dei migranti, affidandolo ad un’agenzia pubblica che facesse pervenire direttamente le rimesse alle famiglie dei migranti. Sarebbe la fine del business delle provvigioni ed anche delle cartolarizzazioni che fioriscono nel passaggio del denaro dei migranti attraverso le banche.
Nell’opera di mistificazione atta a scongiurare misure contrarie alla mobilità dei capitali, si distingue il finanziere e “filantropo” George Soros. Con disinvolta malafede giornalistica i media dicono che Soros viene associato a “teorie del complotto”. Al contrario, le destre nazionaliste accusano Soros esattamente per ciò che lui dichiara di fare e per gli stessi identici motivi per i quali il “prestigioso” quotidiano “Financial Times” lo ha nominato nel 2018
”uomo dell’anno”.
Le destre nazionaliste non peccano quindi di complottismo, semmai di credulità, poiché si bevono tutte le fiabe ufficiali che circondano questo personaggio da fumetti di Batman, a cominciare da quella secondo cui Soros investirebbe il proprio denaro nei suoi progetti. Soros è un agente esterno della NATO e della Banca Mondiale e, come tale, si avvantaggia sia di coperture che di fonti di finanziamento. Soros è pienamente e direttamente coinvolto nel business finanziario legato alla migrazione, ma il suo ruolo non si ferma affatto qui. La sua funzione provocatoria consiste appunto nel far da esca alle destre nazionaliste, suggerendo implicitamente col suo fantasma della “società aperta” delle false strategie di contrasto alla migrazione, basate sui “muri” e sulla difesa dei “sacri confini”, cioè sul controllo del movimento dei corpi, invece che sul controllo del movimento dei capitali.