Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Premessa obbligata: i lavoratori del settore bancario godono di una situazione del tutto privilegiata rispetto ai lavoratori di altri settori. Ugualmente, l’impatto delle trasformazioni attuali sta distruggendo piano piano questi privilegi. Sotto gli occhi di tutti le profonde trasformazioni del settore: tassi zero o sottozero quindi poco business, sofferenze bancarie che affliggono i bilanci, riduzione strutturale della presenza storica sul territorio (cioè le filiali), informatizzazione-digitalizzazione che distrugge posti di lavoro. Tutte cose risapute, e come al solito meccanismo delle parti che dura da circa venti anni, la colpa è dei lavoratori e del loro costo.
Può essere vero che i lavoratori bancari costano troppo rispetto a quanto producono, il problema è il genere di lavoro che essi si trovano a svolgere. Il denaro di per sé è un oggetto immateriale, le attività bancarie connesse alla sua gestione (pagamenti-introiti, credito, investimenti) ben si prestano a una ben meno costosa gestione informatica-digitale. Curioso osservare l’accanimento sul tema del costo del lavoro, al confronto della sufficienza con cui si considerano i cosiddetti manager che permettono una organizzazione e decisioni manageriali sbagliate o addirittura fraudolente: ma si sa, la storia la scrivono i vinti e la colpa è sempre del più debole: i lavoratori bancari sono il bersaglio.
Dal momento di svolta (crisi 2007/2008) il settore ha perso 26mila addetti e oggi ne conta circa 280mila destinati a inevitabili future riduzioni già annunciate (
vedi notizie di Unicredit meno ottomila addetti). In Europa si stimano 470mila gli addetti persi, ed è notizia recente che Deutsche Bank ha un piano di riduzione di 18mila.
È triste dirlo, ma sono perdite annunciate e irrecuperabili. I sindacati di fronte a questa situazione sembrano come gli esperti di pastorale quando parlano della gente che non va più a messa: tante spiegazioni e interpretazioni e tentativi di vie nuove un irraggiungibile risultato: nel futuro così come le chiese continueranno a svuotarsi, allo stesso modo il settore bancario ridurrà il numero di addetti. In banca non si assume in misura consistente, e i lavoratori attualmente in carico finora non sono stati mai licenziati direttamente, piuttosto sono oggetto di trattamenti alternativi tipo esodo volontario (se non lo accetti, rischio trasferimento altra sede e lavoro ingrato).
Recentemente i sindacati sono usciti dal nuovo contratto nazionale con una serie di micro cambiamenti (ottimizzazioni) e con un aumento di 190 euro l’anno ovvero qualcosa meno che un euro per giorno lavorativo: qualcuno canta vittoria, qualcun altro ammette la realtà, e cioè che la situazione è grama. L’impressione è che siano le aziende ovvero ABI ad avere in mano il pallino della decisione, i sindacati sono a cercare di minimizzare i danni, bene fanno ma poco hanno da pesare sul piatto della contrattazione. In questo modo
gli argomenti addotti dai sindacati sono colorati di propaganda: “mantenimento del numero di occupati”, “più formazione”, “più assunzioni”, e pure sorprendentemente “una scuola per manager”.
ll problema sono le prospettive di un settore: in banca il passato glorioso mai più tornerà. Il modo di fare banca è cambiato e la digitalizzazione ne è protagonista e crea due effetti: meno occupazione e meno retribuzione per i lavoratori umani. Sebbene ci siano persone come Colombani di first-Cisl che negano questo effetto (
uno studio) altri sindacati si rendono conto che
il problema è attuale e incominciano a parlarne.
Al di là delle sfumature, il futuro del settore è facile prevederlo, anzi ABI ci dice pure che cosa vuol fare con
“Agenda Digitale” per lo sviluppo del paese con investimenti di 20 miliardi e interventi avveniristici ancora tanti da fare (es. “integrazione delle reti informatiche pubbliche e di quelle bancarie” oppure “interoperabilità tra le identità pubbliche e bancarie digitali del cittadino”
C’è poco da dire, nel futuro ci sarà più digitalizzazione e più sostituzione massiccia del ruolo umano con il ruolo dei computer, non solo per l’esecuzione di operazioni meccaniche (burocrazia, contabilità, comunicazione ...) ma anche operazioni analitiche-decisionali (concessione credito, roboadvisory ovvero consulenza di investimenti in base a programmi ...).
Nel futuro avremo quattro generi di lavoratori:
1. operatori di data entry o comunque “mediatori uomo-macchina” (i computer in qualche modo devono essere assistiti);
2. manutentori e gestori di sistemi informativi ovvero programmatori e data analyst insomma “informatici”;
3. consulenti/gestori di clienti con attitudine commerciale ovvero coloro che fanno da interfaccia tra la banca e i clienti (ma solo per quelli di una certa importanza altrimenti non ne vale la pena e si fa con le macchine: soglia di qualche centinaio di migliaia di euro);
4. sovra gestori del sistema ovvero i direttori-manager, incaricati di gestione tecnica-direzionale e politica-di potere.
Le categorie 1 e 2 saranno pagate poco perché è un lavoro tutto sommato facile e i lavoratori sono ben fungibili; la categoria 3 (indicativamente i titolari di filiale di medio-grande dimensione oppure i gestori di clienti importanti, sicuramente meno del 10% della popolazione bancaria) ha in mano la fiducia dei clienti e quindi una parte del business, potrà avere miglior trattamento; mai come la categoria 4 piccola élite che da sempre si configura come quella che guadagna di più a fronte di sostanziale irresponsabilità sul proprio operato.
In questo contesto, la recente firma del ccnl perde tutta la sua apparenza di punto di arrivo (è seguita a una lunga contrattazione) per essere quello che è: veramente poca cosa. A ben vedere, se i rapporti tra azienda-banca e suoi lavoratori sono orientati allo scontro, come nel pugilato quando il tuo avversario (i lavoratori) è stanco, soffre, è alle corde, che cosa fare se non aumentare gli sforzi per assestare un colpo knock down? Il supporto di argomenti in questo caso viene dal sistema mediatico che mai si stanca con sempre nuove analisi. È il caso del recente (novembre 2019) report di Oliver Wyman, società di consulenza “boutique” del settore bancario, in pratica “esperti che se lo dicono loro non può che essere vero”. Ecco
una sintesi
(leggi bene che ABI analizzerà con attenzione il rapporto, evidentemente per trarne argomenti per il prossimo round contrattuale). Di seguito
il report vero e proprio per chi ha voglia di leggerlo
Con questi presupposti, nel 2020 si potrà vedere qualcosa di nuovo nel settore bancario? Ci sono cose che si danno per scontate e che magari possono essere introdotte dato che il sistema economico le ha introdotte con apparente successo in altri settori:
• la possibilità di licenziare (cosa finora mai accaduta);
• La possibilità di assumere in modo consistente a tempo determinato (già adesso esiste ma non molto diffusa);
• la possibilità di ricontrattualizzare il lavoro (naturalmente al ribasso);
• la perdita di costosi privilegi del settore (fondo pensione, credito a basso costo, buoni pasto);
• la possibilità di lavorare non più a ore ma a risultato (a provvigione);
• la possibilità di sostituire i lavoratori dipendenti con lavoratori a partita iva (analogamente al settore assicurativo)
Purtroppo il futuro sembra sempre più grigio per i lavoratori bancari e con sempre nuove difficoltà per i sindacati del settore.
Giorgio
Se una settimana fa la guerra tra USA e Iran appariva inevitabile, ora la prospettiva di escalation militare sembra allontanarsi. La reazione ultra-contenuta alle provocazioni statunitensi del governo iraniano ha assunto anche risvolti gravi, come la scelta sconsiderata di continuare i voli civili pur di simulare una “normalità” che non c’era. È uno di quei casi in cui voler tenere a tutti i costi un atteggiamento “responsabile” scivola nell’irresponsabilità (per il PD c’è di che riflettere).
La guerra però continua sul piano della propaganda, accreditando l’immagine, non sostenuta da notizie certe, di un Iran in rivolta contro il regime. Si tratterebbe di capire che attendibilità possa accampare una “opposizione” interna che assuma come referente proprio gli USA, facendo finta di credere che il bersaglio dell’aggressività statunitense sia il regime, quando invece è l’Iran stesso. I precedenti delle riconversioni ideologiche della Russia e della Libia, rimaste comunque bersagli degli USA, non avrebbero insegnato nulla. Un “Occidente” malato di senso di superiorità continua ad inventarsi avversari ideologici che non ha, prestando fede alla fiaba del regime religioso in Iran, omettendo il dettaglio che attualmente al potere in Iran è tornata l’ala clepto-clericale, legata agli affari, che ha fatto fuori i laico-nazionalisti di Ahmadinejad. Attualmente in Iran i benestanti hanno già uno standard di vita occidentale, con i loro frigoriferi e le loro BMW, quindi con i conflitti la religione non c’entra. Lo stesso Isis-Daesh ha sempre avuto il suo nerbo nel personale proveniente da istituzioni laicissime come il partito Baath iracheno e la Guardia Repubblicana di Saddam Hussein; un personale spodestato dagli USA e poi
riciclato dagli stessi USA in funzione antisiriana ed anti-iraniana con le trasfusioni del denaro saudita. Si sottovaluta enormemente il potere del denaro quando lo si fraintende come semplice avidità di denaro, mentre invece i flussi di denaro creano la corrente di fatti e di opinioni a cui poi si tende ad adeguarsi, ritenendola la “realtà” tout court.
La finzione di uno scontro ideologico tra regimi alimenta nelle “sinistre radicali” opportunismi e falsi “equidistantismi”, che poi finiscono per pendere dal lato di chi possiede maggiore potenza propagandistica. L’opinione pubblica “occidentale” viene adesso addestrata ad invocare un intervento armato per tutelare i diritti umani in Iran contro una presunta “repressione”, la cui
narrazione mediatica ricorda moltissimo i trascorsi del 2011 in Libia. Si comincia persino a rimproverare al cialtrone Trump di non essere in grado di mantenere la promessa di “proteggere” il popolo iraniano dal suo regime. Si ripete il copione del 2011, quando i media ci narravano di un “Occidente” troppo esitante di fronte al suo dovere morale di difendere i diritti umani nel mondo. Tra poco si arriverà persino ad accusare CialTrump di non essere abbastanza bellicista.
La Libia, già “salvata” nel 2011, è l’altro scenario su cui i media ci hanno intrattenuto in questi giorni. Putin ed Erdogan sono riusciti a strappare alle fazioni in conflitto un accordo di tregua, i cui esiti appaiono ancora molto incerti. L’Italia, al di là degli incontri formali, è tagliata fuori dalle scelte che contano, anche se è in buona compagnia, insieme con la cosiddetta “Europa” e con l’ONU. La propaganda mediatica continua ad insistere sull’inettitudine dimostrata dal governo italiano nella circostanza, come se questa inettitudine avesse svolto qualche parte negli eventi.
Si parla del crescente ruolo internazionale di Putin, ma i media si guardano bene dal sottolineare che tutti gli accordi di cessate il fuoco degli ultimi anni vedono sempre un ruolo attivo della Russia; mentre per ricordare un ruolo analogo sostenuto dagli USA e dalla NATO occorre andare indietro sino a tempi immemorabili. Anche l’Italia perciò fa indirettamente le spese della propaganda bellicistica che tende a distrarre dal punto fondamentale e cerca di rovesciare i ruoli effettivi di aggredito ed aggressore.
Se la politica estera italiana fosse in mano a soggetti competenti, questa “competenza” dovrebbe comunque scontrarsi con un dato insormontabile e cioè che gli USA sono sempre in prima fila nell’opera di destabilizzazione, sia nel Vicino-Medio Oriente che in America Latina. La Turchia di Erdogan può permettersi di essere un membro indisciplinato della NATO poiché sfrutta la sua posizione di confine. Un Paese come l’Italia, che è invece una colonia della NATO, è costretto a fare della fedeltà supina alle “alleanze” il suo tratto caratterizzante, quindi si trova sistematicamente a scontrarsi con l’infedeltà dei cosiddetti “alleati”.
I media ci hanno narrato del presunto “isolazionismo” del cialtrone Trump, dell'altrettanto presunta necessità degli USA di ritirarsi dagli scenari internazionali che per loro sarebbero meno strategici; come se cambiasse qualcosa l’alternarsi dei fantocci di turno alla Casa Bianca, o come se le scelte venissero fatte in base a considerazioni strategiche e non, come accade, per le pressioni delle lobby finanziarie e commerciali.
Non c’è stato infatti nessun ritiro degli USA, il cui interesse rimane quello di far saltare gli equilibri in ogni parte del mondo, particolarmente quelle aree dove si produce petrolio. La nozione di “guerra per il petrolio” viene banalizzata nel senso di credere che le guerre si facciano per prendersi il petrolio. Spesso c’è anche quell’aspetto ed è arcinoto che gli USA abbiano fatto contrabbando di petrolio iracheno estratto abusivamente, così come ora stanno rubando il petrolio siriano. La nozione di “guerra per il petrolio” però è più complessa.
Sino a dieci anni fa l’obbiettivo statunitense era di impedire che i profitti della vendita del petrolio medio-orientale fossero reinvestiti in loco, in modo da costringere le oligarchie arabe a riciclare i propri capitali nel circuito finanziario internazionale. Ora gli USA sono persino diventati esportatori di un costoso petrolio di scisto, per cui è diventato per loro urgente fare una concorrenza sleale a chi produca un petrolio più economico e conveniente. In una fase economica recessiva come questa, il prezzo del petrolio non può aumentare più di tanto, perciò per gli USA è oggi prioritario sabotare le vie d’accesso al Golfo Persico per rendere sempre più insicuri i trasporti del petrolio venduto dai suoi concorrenti. Nel mirino degli USA quindi non c’è solo l’Iran ma, indirettamente, anche un “alleato” come l’Arabia Saudita. Il sospetto che alla base della destabilizzazione di marca USA vi sia
un imperialismo commerciale è però ancora inibito dai fumi della propaganda sui diritti umani e sulle armi di distruzione di massa, di cui il nucleare iraniano è solo l’ultimo specchietto per le allodole.