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"Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea."

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Di comidad (del 13/02/2020 @ 00:19:48, in Commentario 2020, linkato 6466 volte)
La comunicazione mainstream nelle ultime settimane ci ha subissati di allarmi sugli effetti recessivi dell’emergenza del virus Corona in Cina. In realtà le condizioni per un ulteriore arretramento economico già c’erano prima, con tanto di stime al ribasso ufficializzate dal Fondo Monetario Internazionale. Non è ben chiaro neppure se il FMI stia facendo previsioni oppure auspici, dato che annunciare recessioni scoraggia gli investimenti nella produzione mentre, al contrario, stimola a spostare i capitali in investimenti finanziari.
L’emergenza virus intanto ha regalato alle Borse una bolla speculativa sui titoli farmaceutici, infatti basta la parola “vaccino” a galvanizzare gli investitori. Tradotta in linguaggio finanziario, la parola “vaccino” significa pioggia di denaro pubblico sulle multinazionali farmaceutiche. Ora che la bolla sui titoli farmaceutici tende un po’ a ridimensionarsi, altre bolle speculative si formano sui titoli delle aziende specializzate in produzione di attrezzature sanitarie.
In aree meno centrali del mainstream ormai qualcuno comincia persino a sospettare che l’emergenza virus sia stata enfatizzata dal governo cinese, sia per giustificare un rallentamento economico che era già in atto, sia come scusa per non rispettare l’accordo col cialtrone Trump di importare più merci statunitensi, sia per legittimare inondazioni di liquidità nel sistema bancario, ad imitazione del Quantitative Easing in stile Banca Centrale Europea.
Che il sistema finanziario globale sia drogato fradicio di emergenzialismo, è un dato scontato. Lo si è potuto ulteriormente verificare nel caso dell’emergenza ambientale, con la nuova bolla della finanza “verde”, capitanata dal super-fondo di investimento Blackrock. Il liberismo ha rivelato così di essere il contrario di ciò che sostiene di essere: la mobilità internazionale dei capitali si alimenta grazie alle iniezioni di liquidità delle Banche Centrali. Fiumi di denaro, come mai si erano visti nella Storia, aggirano elegantemente ogni prospettiva di investimento in infrastrutture essenziali, per direzionarsi rigorosamente verso le Borse. È il trionfo del capitalismo finanziario privato, assistito però meticolosamente dalla mano pubblica. Il massimo del liberismo coincide col massimo dell’assistenzialismo per ricchi. Questa è la realtà che si cela dietro la fiaba liberista.
La potenza mistificatoria del liberismo comunque non demorde, dato che il dialogo scenico continua ad essere dominato dalle astrazioni come “Stato” e “Mercato”. Dalle astrazioni si generano altre astrazioni, ancora più eteree, per cui alla politica i liberisti oppongono la “governance”.

L’effetto di queste rappresentazioni è di far perdere di vista i veri attori che agiscono dietro le maschere dello Stato, del Mercato, della politica e della “governance”, cioè gli intrecci di interessi tra pubblico e privato, le lobby. Michel Foucault diceva che la scienza politica “non ha ancora tagliato la testa al re”, cioè è rimasta legata al concetto di sovranità, alla falsa domanda del “chi è il sovrano?”. Il potere invece si costituisce su un intreccio di interessi giustificato da un’emergenza, vera o finta che sia; molto meglio se finta.
Per inciso, occorre rilevare che oggi l’astrazione domina il dibattito nella sua generalità. Il voto parlamentare di ieri a favore dell’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini, rappresenta un’assurdità non solo e non tanto perché assegna a Salvini la patente della vittima (questa sarebbe stata una valutazione del tutto strumentale), ma soprattutto perché liquida il principio liberale della separazione dei poteri in nome di un’astratta uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge. Coloro che interpretano ed applicano la Legge, sono però esseri umani concreti, i magistrati; e quindi, in definitiva, se i magistrati non trovano contrappesi, la Legge sono loro. I poteri quindi non sono più separati e controbilanciati, dato che il potere giudiziario diventa preminente sull’esecutivo e sul legislativo. Ci si è completamente dimenticati di Montesquieu e delle basi della tanto magnificata “civiltà occidentale” ; e non c’è neppure da stupirsene se si considera che attualmente si confondono e si identificano tranquillamente concetti completamente diversi (e in taluni casi persino opposti) come liberalismo e liberismo. In un mondo che non sa più pensare, chi invece ha il vantaggio di non dover pensare ma di poter agire in maniera automatica, come le lobby, domina in modo incontrastato.

In questa temperie i mitici “imprenditori”, a fronte delle migliaia di miliardi che irrorano la finanza, non trovano di meglio che indicare la via di salvezza nell’abolizione del reddito di cittadinanza. Nonostante le sue macroscopiche dimensioni, l’assistenzialismo per ricchi è sempre giusto e santo, anzi, non basta mai; mentre quel poco che esiste di assistenzialismo per poveri invece fa scandalo, è uno “spreco”. La parola “spreco” è una delle preferite nel lessico del moralismo ad uso dei ricchi.
Gli imprenditori, come al loro solito, fanno le vittime e si lamentano del fatto che il reddito di cittadinanza contribuisca a limitare la caduta dei salari, poiché rende il lavoratore meno ricattabile. Le associazioni imprenditoriali hanno avviato una campagna di pressione sul governo per liquidare il reddito di cittadinanza e stornarne i fondi a favore degli imprenditori, i quali promettono di fare mirabilie di quei soldi (magari li investirebbero in Borsa). Ciò a dimostrazione del fatto che la dicotomia tra capitalismo produttivo e capitalismo finanziario sul piano pratico non esiste, poiché entrambi perseguono l’obbiettivo della pauperizzazione dei lavoratori.
L’impegno attuale del mainstream è quindi quello di rendere impopolare il reddito di cittadinanza, di farlo odiare dalla “ggente”. Nessun caso di abuso di fondi pubblici da parte di imprenditori privati raggiunge mai le prime pagine. Non manca giorno che i giornali lancino invece uno “scoop” su casi di presunto abuso del reddito di cittadinanza, facendoci sapere che esso viene invariabilmente percepito da poco di buono, criminali e spacciatori.
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Di comidad (del 06/02/2020 @ 00:30:41, in Commentario 2020, linkato 6614 volte)
Il nesso causale tra la sconfitta della Lega in Emilia-Romagna e la sua vittoria in Calabria era sfuggito ai tifosi di Matteo Salvini, che avevano addirittura svillaneggiato chi aveva cercato di farglielo notare. A farglielo invece rilevare è arrivato nientemeno che il padre nobile della Lega, Umberto Bossi, il quale ha rilasciato un’intervista in cui accusa Salvini di aver rischiato di compromettere l’obbiettivo dell’autonomia delle Regioni del Nord. La tesi di Bossi è che mentre il candidato del PD in Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha puntato senza mezzi termini sull’autonomia, al contrario Salvini avrebbe creato confusione facendo passare la Lega come partito nazionale. Secondo Bossi la commistione della Lega con le clientele meridionali avrebbe creato diffidenza al Nord, con una conseguente apertura di credito nei confronti del PD. Bossi conclude che per realizzare l’autonomia non si può fare a meno di un’interlocuzione-collaborazione col PD.
La ricostruzione dei fatti da parte di Bossi può essere precisata su qualche dettaglio. L’establishment del Nord aveva sicuramente compreso che la Lega “partito nazionale” era una finzione; ciononostante ha avvertito il pericolo che la sceneggiata potesse diventare in parte realtà, proiettando i baroni del voto meridionale verso il potere nel partito di Salvini. Bossi sorvola sul fatto che clientelismo e baronie del voto organizzato non sono appannaggio del Meridione ma riguardano anche il Nord; ricorre però anche ad un argomento solido, come quello demografico. La stragrande maggioranza degli Italiani è al Nord ed è lì che stanno i voti, mentre il Sud demograficamente è poca cosa. L’argomento demografico demolisce però anche la gran parte della mitologia leghista. Il “Mezzogiorno” raggiunge i venti milioni di abitanti (meno di un terzo della popolazione italiana) solo piazzandoci una Regione come la Sardegna, che col Meridione non ha niente a che fare, né geograficamente, né storicamente. La pochezza demografica del Meridione smentisce di fatto il mito del Sud idrovora delle risorse nazionali e toglie alle velleità autonomiste del Nord Italia ogni sostanza che non sia quella di aspirare a diventare una colonia della Baviera, cioè a fare i Meridionali della Germania.
Bossi conclude ammonendo i suoi a non fossilizzarsi sulla dicotomia tra destra e “sinistra”, ma di puntare tutto sul partito trasversale dell’autonomia differenziata. Il siluro del padre nobile non è solo contro Salvini ma anche nei confronti della minoranza antieuropeista della Lega, che, dopo aver gestito al meglio il momento di gloria della denuncia della resa del governo alla riforma del MES, aveva pensato di adattarsi allo schema destra-“sinistra”, assumendo persino il titolo di “conservatori” ad imitazione dell’eroe della Brexit, Boris Johnson.
In questa circostanza il machiavellismo degli antieuropeisti della Lega appare ingenuo e infondato. La Brexit non è stata un’operazione di Boris Johnson ma dell’oligarchia britannica e del suo establishment. In quanto laburista, Jeremy Corbyn non avrebbe mai potuto impugnare la bandiera della Brexit e non per motivi ideologici. Una Brexit da sinistra avrebbe comportato automaticamente la conseguenza di rimettere in discussione i vincoli salariali che l’adesione alla UE garantiva. Per l’oligarchia e per l’establishment britannici la Brexit non può e non deve comportare effetti del genere. Non c’è bisogno di pensare a complotti: Corbyn è un leader di “sinistra” e quindi sa di cavalcare una materia incandescente come la distribuzione del reddito, perciò si è guardato bene dallo sfidare i rapporti di potere vigenti guidando una Brexit che sarebbe stata interpretata dalle masse come una possibile riapertura dei conflitti salariali.

L’establishment controlla la “sinistra” con un guinzaglio molto più corto di quello della destra; ma ciò non vuol dire che la destra non abbia anch’essa il suo guinzaglio al collo e un guinzaglio bello solido. Destra e “sinistra” non sono alternative in alcun modo, sono entità complementari e spesso è proprio il “politicorretto” della “sinistra” a porre le condizioni degli sbracamenti della destra. Alla destra sono concesse trasgressioni e parolacce inibite alla “sinistra”, ma dietro a tutto ciò non c’è nulla di sostanzioso. Per quanto risulti sgradevole il personaggio di Salvini, egli comunque non è un “alieno” o un corpo estraneo rispetto al dibattito “democratico” in auge, tanto che ha aderito persino allo slogan della “governabilità” che ci affligge da quasi mezzo secolo. Salvini oggi è impacciato e confuso ma, da bravo leader di destra, può mascherare la propria goffaggine con le trasgressioni.
Si è voluto spacciare la pagliacciata della citofonata di Salvini come un “attacco alla democrazia” ma, in termini più realistici, occorrerebbe convenire che altri avevano già fatto trenta e Salvini si è limitato a fare trentuno. Chi è che ha accreditato l’idea delle Regioni meridionali in mano al crimine organizzato? Chi è che ha reso “politicorretto” il razzismo antimeridionale? Chi è che ha trasformato in senso comune quell’autorazzismo meridionale che ha veicolato indirettamente anche l’autorazzismo italiano?
A fare tutto ciò è stata la “sinistra”, compreso quel Roberto Saviano che oggi si scandalizza per le buffonate di Salvini. Ma l’acqua torbida in cui ora sguazza il pesce Salvini, l’aveva scaricata anche Saviano.

Salvini può permettersi di essere esteriormente spregiudicato sino all’insolenza. Di fronte ad un Fondo Monetario Internazionale che addita l’Italia come “minaccia” per l’economia mondiale, Salvini ritorce l’accusa contro lo stesso FMI. Per gli affamati di “sovranismo” queste esternazioni risultano irresistibili, perciò non ci si rende conto di quanto la polemica di Salvini sia superficiale poiché omette dettagli decisivi. Non è che il FMI dia ricette sbagliate, al contrario sono ricette pertinenti e funzionali all’obbiettivo che si propongono.
Il FMI è un’agenzia di lobbying finanziario e tutta la dottrina liberista di cui il FMI è custode, rappresenta solo una mistificazione che serve a dissimulare le pratiche di finanziarizzazione forzata. Le ricette economiche del FMI creano stagnazione, ma la stagnazione economica serve ad azzerare il potere contrattuale del lavoro e ad impedire le rivendicazioni salariali. La povertà rende gli Stati e gli individui sempre più dipendenti dal credito per poter sopravvivere. Capire che la povertà non è un “problema” ma un business è uno di quei passaggi logici che la destra non può permettersi di fare, poiché metterebbe in discussione l’intero sistema delle gerarchie sociali.

Il microcredito ai poveri è un affare attorno al quale si è costruito un interesse dell’establishment. In Asia, Africa e America Latina il business del microcredito è promosso dalle ONG connesse con multinazionali finanziarie. In Italia il business coinvolge non solo banche come Intesa-San Paolo, ma anche la Conferenza Episcopale e la Caritas per un grande “Prestito della Speranza” che solleciti i poveri alla “libera iniziativa”, cioè a mettersi nei guai. Speranze a vuoto per i poveri e profitti certi per chi gli presta i soldi. Mentre Fausto Bertinotti va in brodo di giuggiole per papa Bergoglio, la Chiesa Cattolica santifica il liberismo, cioè l’indebitamento dei poveri.
Ci sono anche agenzie di volontariato come la Vobis, composta da ex bancari che si attivano per immettere i poveri nel circuito finanziario e bisogna dire che fanno un buon lavoro (dipende dai punti di vista). L’indebitamento dei poveri viene ovviamente spacciato come un soccorso caritatevole nei loro confronti. Prove tecniche di finanziarizzazione di massa o, se si preferisce, di debitocrazia.
Il fatto che la “sinistra” sia sempre timida e autodisciplinata, mentre la destra appare spregiudicata sino allo sbracamento, non implica affatto che la destra sia in grado di forzare i voleri dell’establishment, quindi il salvinismo che ha contagiato una parte dell’area degli aspiranti alla “Sovranità” si basa su illusioni. Dal punto di vista politico il sovranismo non è mai nato, ma puntando su Salvini finisce prima ancora di essere cominciato.

Ringraziamo Cassandre e GiorgioGiorgio per la collaborazione e le utili segnalazioni.
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


03/04/2025 @ 04:32:38
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